Uganda. Strani allarmi terroristici e frizioni con gli Stati Uniti

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Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

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Mag 9

Uganda. Strani allarmi terroristici e frizioni con gli Stati Uniti

Un'allerta di pericolo terroristico diramata ai propri cittadini dall’Ambasciata americana in Uganda immediatamente finita sulla prima pagina del Daily Monitor e tensioni sempre più evidenti tra Washington e Kampala. C'è chi afferma che i due avvenimenti siano strettamente collegati. Teoria del complotto o accurata analisi politica?

di Fulvio Beltrami

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Il 7 maggio 2014, l’ambasciata degli Stati Uniti in Uganda ha lanciato un allarme terroristico ai suoi cittadini presenti nel paese africano a seguito dell'ondata di attacchi terroristici attuati dal gruppo islamico somalo Al-Shabaab affiliato ad Al-Qaeda, che ha recentemente colpito il vicino Kenya. Durante il weekend di morte (sabato 3 e domenica 4 maggio 2014) gli attentati di Mombasa e Nairobi hanno provocato 7 morti e circa 80 feriti, secondo il bilancio provvisorio fornito dalle autorità keniote.

Entrambi i paesi dell'Est africano sono impegnati nella guerra contro Al-Shabaab in Somalia all’interno della missione di pace dell’Unione africana Amisom finanziata dalla Nazioni Unite con l’obiettivo di pacificare il paese del Corno d’Africa dopo 25 anni di caos e guerre civili, avviandolo verso la ricostruzione sociale, economica e democratica.

Secondo le informazioni in nostro possesso un’ondata di attacchi terroristici potrebbe verificarsi tra maggio e giugno 2014 a Kampala, presso luoghi di culto, in particolare quelli frequentati da espatriati. Consigliamo vivamente a tutti i cittadini americani, turisti o che risiedono in Uganda di registrarsi presso il Dipartimento di Stato per il Programma dei Viaggi Sicuri (STEP) al sito: http: //www. travel. state. gov/ Lo STEP offrirà un servizio sulla sicurezza nel paese aggiornato quotidianamente permettendo all'Ambasciata e al Consolato americani di contattarvi tempestivamente in caso di emergenza. Se non possedete una connessione Internet nel paese per la registrazione online, registratevi fisicamente presso l’Ambasciata o presso il Consolato.

Vi consigliano di aggiornare costantemente i vostri piani di sicurezza personali e di rimanere in allerta e prudenti soprattutto in locali pubblici e durante avvenimenti pubblici. In caso vi doveste trovare vicino al luogo di un attacco terroristico, tentate di abbandonare immediatamente la zona dirigendovi dalla parte opposta degli spari o dell’esplosione per mettervi in salvo. Se siete impossibilitati a farlo, cercate una posizione sicura evitando di attrarre l’attenzione sulla vostra presenza. Potete contattare il numero verde 1-888-407-4747 se chiamate dagli Stati Uniti e Canada o il 1-202-501-4444 se chiamate da altri paesi. I numeri verdi sono disponibili dalle otto del mattino alle otto di sera dal lunedì al venerdì (escluse le feste previste dagli Stati Uniti). Potete ottenere tutte le informazioni di sicurezza seguendo gli appositi siti su Twitter e Facebook”, recita l’avviso dell’Ambasciata americana lanciato ai suoi cittadini in Uganda che è stato pubblicato anche sui siti web dell’Ambasciata americana in Uganda e del Dipartimento di Stato Americano.

Apparentemente questo avviso rientra nei normali compiti di ogni ambasciata ma questa allerta sul pericolo terroristico in Uganda sembra contenere alcune incongruenze che fanno sorgere dubbi. La principale incongruenza risiede nelll’utilizzo fatto di questo avviso di allerta.

Solitamente questi avvisi sono diramati dalle diverse ambasciate tramite i propri siti web e attraverso email o telefono alle liste sempre aggiornate dei propri cittadini presenti nel paese. Ambasciate strategiche e particolarmente impegnate in servizi di Intelligence quali: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele, Germania e Russia, normalmente condividono con il paese ospitante queste informazioni in modo più dettagliato ed estremamente confidenziale. A loro volta i paesi beneficiari di queste informazioni adottano le necessarie misure anti terroristiche evitando fughe di notizie e mantenendo il riserbo con i media nazionali nella delicata fase di “Start up”, di queste misure.

Stranamente questo avviso ai connazionali americani è stato contemporaneamente pubblicato sulla prima pagina del quotidiano ugandese Daily Monitor che ha dato grande rilievo alla notizia, creando un senso di panico ed allarme diffuso tra la popolazione che vive nella capitale Kampala.

Nonostante l’allarme terroristico americano fosse ormai di pubblico dominio, le altre ambasciate, lanciando le stesse raccomandazioni ai propri cittadini presenti in Uganda a seguito delle informazioni ricevute dai servizi segreti americani, hanno evitato accuratamente di citare la fonte. “Uganda. Ambasciata di Kampala. Fonti diplomatiche segnalano nuova possibile allerta terroristica…” informa il messaggio diramato dalla nostra ambasciata a Kampala ai connazionali seguito dalle raccomandazioni di sicurezza.

Alcuni osservatori nazionali si stanno chiedendo quali sono le ragioni di questa immediata fuga di notizie giunta non a tutti i media ugandesi ma solo al quotidiano dell’opposizione che intrattiene noti legami politici e finanziari con alcuni ambienti dell'amministrazione Obama: il Daily Monitor di proprietà del magnate Aga Khan.

Supposizioni ingiustificate, appartenenti alla ricca documentazione – spazzatura che il filone delle teorie del complotto in voga in questo ultimo decennio continuamente offre all’opinione pubblica internazionale, si potrebbe giustamente obiettare. Il Daily Monitor avrà ottenuto la notizia semplicemente leggendola sui siti web dell’Ambasciata Americana o del Dipartimento di Stato, avendo la fortuna di coglierla nei primi minuti della sua pubblicazione, decidendo di riportarla immediatamente dopo per aumentare le vendite.

Probabilmente questa è la spiegazione più accettabile ed accomodante. E se fosse stata proprio l’Ambasciata Americana ad offrire la notizia in anteprima al quotidiano ugandese con cui intrattiene da tempo stretti rapporti? Una domanda a cui difficilmente si potrà offrire una risposta esauriente senza cascare giustappunto nelle teorie del complotto.
Resta il fatto che la popolazione è ora in allarme e che l’Uganda ha subìto un chiaro danno di immagine che potrebbe colpire a breve termine l’industria del turismo e gli investimenti.

L’Uganda non è uno sprovveduto paese del terzo mondo indifeso dal pericolo terroristico. Possiede un apparato di sicurezza e servizi segreti famosi per la loro preparazione ed efficacia. Il Governo ha avuto il merito di apprendere le necessarie lezioni dopo il terribile attentato compiuto da Al-Shabaab a Kampala durante la finale dei campionati mondiali di calcio nel 2010, attuando misure di sicurezza che per quattro anni hanno impedito ad Al-Shabaab di compiere attentati terroristici nel paese nonostante i vari tentativi, tutti rigorosamente sventati, costringendo il gruppo terroristico a concentrarsi sulla preda più facile: il Kenya.

Dal gennaio 2014 la polizia ugandese ha scoperto e distrutto cinque cellule terroristiche clandestine e lunedì 5 maggio il presidente Yoweri Museveni ha informato l’opinione pubblica di una nuova serie di misure di sicurezza tra cui la presenza massiccia di esercito e squadre anti terrorismo nei mercati e nelle stazioni di autobus di tutte le città e la presenza di soldati e polizia all’interno degli autobus di linea utilizzati per i lunghi tragitti.

Le misure anti terrorismo sono state precedentemente decise ed attuate da governo, apparati di difesa nazionale e servizi segreti con la massima discrezione per evitare fughe di notizie premature ma soprattutto allarmismi che creano solitamente un ritorno negativo dell’immagine nazionale presso l’opinione pubblica estera. Chi visiterebbe o investirebbe in un paese costantemente sotto il rischio di attentati terroristici? Il declino del turismo e degli investimenti in Kenya sono la logica risposta a questa domanda. Solo una volta che queste misure sono state attuate, sono poi state divulgate dal governo ugandese ai media nazionali per ovvie operazioni di pubblicità e prestigio.

Contemporaneamente a questa allerta terroristica si sta assistendo ad una sotterranea crisi delle relazioni tra Stati Uniti e Uganda dopo 27 anni di felice matrimonio.
Il governo Museveni, che ha ricevuto il pieno supporto degli Stati Uniti fin dalla fase di liberazione del paese (fine anni Ottanta) quando ancora manteneva un chiaro orientamento marxista, dal 2012 si sta progressivamente allontanando dalla potenza americana dopo aver svolto per decenni il ruolo di mastino della guerra in difesa degli interessi economici statunitensi nella regione.

L’obiettivo del presidente Yoweri Museveni sarebbe quello di rafforzare il ruolo di potenza militare regionale assunto dall’Uganda, sviluppando una propria ed indipendente politica geo-strategica sul modello del Sud Africa, per rafforzare l’ambizioso programma di sviluppo economico grazie alla produzione petrolifera che inizierà tra il 2016 e il 2018. Il programma economico ha come obiettivo quello di rendere l’Uganda un paese industrializzato entro il 2030.

Il ruolo di potenza militare, economica e politica sembra essere in fase di realizzazione. L’Uganda influenza nel bene o nel male tre conflitti africani: Somalia, Repubblica Centro Africana, Sud Sudan. Assieme al Rwanda è il principale fornitore di caschi blu alle missioni di pace Onu in Africa e il principale fornitore africano di mercenari agli Stati Uniti nelle guerre in Iraq e Afghanistan.

A livello politico influenza direttamente sia il Rwanda che il Kenya posizionandosi come Paese forte all’interno della promettente Comunità Economica dell'Est Africa (East African Comunity).

Le sue mire espansionistiche sono particolarmente rivolte all'est del Congo, Sud Sudan e Repubblica Centroafricana con il chiaro intento di accaparrarsi le risorse naturali e petolifere di questi paesi.
Per poter attuare il progetto egemonico il presidente Museveni sta attuando un silenzioso riequilibrio di alleanze, diminuendo progressivamente l’influenza degli alleati storici: Stati Uniti e Gran Bretagna e aumentando quella di nuovi partner: Brasile, Cina, India, Russia stando ben attento a instaurare con quest’ultimi relazioni paritarie uscendo dalla logica coloniale di sudditanza. Intende utilizzare i paesi del Brics per ottenere le necessarie conoscenze tecnologiche che gli permettano di avviare la rivoluzione industriale, processo obbligatorio per lo sviluppo economico sempre negato dalle potenze occidentali al Continente africano.

Gli Stati Uniti stanno reagendo negativamente a questo riequilibrio che passa attraverso un loro ridimensionamento in una regione strategica per la presenza di minerali ed ingenti giacimenti petroliferi, ormai considerata il loro secondo giardino di casa dopo quello latino-americano. Di certo l’amministrazione Obama non intende perdere questo Eden economico dopo che gli Stati Uniti, fin dagli anni Novanta, hanno speso miliardi di dollari per finanziare guerre per procura che hanno sconvolto intere nazioni come il Congo e per armare e formare moderni eserciti quali quello ugandese e ruandese.

Il progetto di indipendenza politica ed economica dell'Uganda rappresenta un serio precedente che sta già compromettendo le relazioni tra Washington, Kenya e Rwanda. Il governo Keniota, seguendo l’esempio dell’Uganda, sta a sua volta progressivamente prendendo le distanze dall'alleato americano considerato troppo invasivo e deleterio. L’ultimo atto è il progetto di introdurre il cambio ufficiale della valuta cinese con l’obiettivo di distruggere il monopolio del dollaro sulle transazioni commerciali tra Kenya e Cina. Questa disaffezione del Kenya è un serio problema visto che le recenti esplorazioni indicano la presenza di giacimenti petroliferi di grande importanza.

Alcuni esperti regionali collegano le frizioni in corso tra Uganda e Stati Uniti con la fuga di notizie relativa all'allerta terroristica dell’ambasciata americana volutamente creata dagli Stati Uniti per mettere sotto pressione il governo Ugandese e creare una classica operazione di Blackmail, secondo la loro analisi.
Questo potrebbe essere il preludio per azioni di destabilizzazione di maggior portata contro il governo ugandese, qualora accelerasse il processo di separazione dal suo storico alleato e socio in affari.

L’opzione più probabile per l’amministrazione Obama è il ripristino del supporto politico ed economico offerto dagli Stati Uniti all’opposizione dal 2010 al 2012, successivamente abbandonato per mancanza di credibilità politica del principale leader: il generale Kizza Besyge. L’obiettivo sarebbe di creare dinamiche identiche ai movimenti “Orange” dell’Europa del Est o del movimento “popolare” ucraino per ottenere un cambiamento di regime attraverso un sollevamento popolare. Attualmente l’opposizone è stata considerevolmente indebolita ma dotata di leader più presentabili e credibili quali il presidente del Forum for Democratic Change (Forum per il Cambiamento Democratico), il generale Mugisha Muntu.

L’opzione meno probabile è l’organizzazione di un colpo di stato a causa del pieno controllo che il presidente Museveni ancora detiene sull’esercito grazie ad un connubio di interessi economici e politici tra il National Revolutionary Movement e l'Ugandan People’s Defence Force, due entità apparentemente distinte ma in costante simbiosi che formano la struttura portante del regime di democrazia controllata instaurato in Uganda.

Altrettanto improbabile un divorzio netto con gli Stati Uniti, dovuto dalla approfondita conoscenza del presidente Museveni della mentalità americana e delle sue reazioni dinnanzi a reali pericoli alla sua sicurezza interna (leggasi agli interessi economici americani ovunque nel mondo). La reazione è semplice quanto scontata: azioni militari dirette o indirette.

Quello che il presidente Museveni può ottenere nel medio termine è una progressiva e lenta diminuzione dell’influenza americana sull’Uganda e sulla regione appoggiandosi prudentemente sui paesi del Brics. Rimane però evidente che il matrimonio contratto all’epoca con Washington non può, allo stato attuale, essere dissolto.
Esattamente come si sta sviluppando questa sotterranea crisi tra Washington e Kampala? A questa domanda si risponderà nel prossimo articolo di analisi sul tema di imminente pubblicazione su Frammenti Africani, il Blog di Reteluna.

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