Uganda. Il caso di Bernard Randal

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Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

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Gen 23

Uganda. Il caso di Bernard Randal

L’incredibile storia di un cittadino britannico in Uganda vittima della rivincita del fronte anti gay alla decisione del Presidente Yoweri Museveni di non approvare la legge anti omossessuali

di Fulvio Beltrami

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Dal Novembre 2013 Bernard Randal, 65 anni, ex esperto di informatica del Kent, é stato all’attenzione dei media ugandesi e britannici a causa del suo arresto e del processo subito.

La disavventura di Randal inizia con un banale furto presso la sua abitazione a Kampala. Tra soldi in contanti e oggetti di valore, il ladro ruba anche il computer portabile di Randal. Il cittadino britannico porge regolare denuncia ad ignoti presso la polizia ugandese.

Dopo una settimana viene contattato dal ladro in persona che tenta di ricattarlo, avendo trovato nel computer film porno omosessuali. Randal, aiutato dal suo amico e compagno di nazionalità ugandese: Albert Cheptoyek, 30 anni, con cui condivide la casa, dopo averlo incontrato di persona, non accetta di pagare il ricattatore. Albert gli consiglia di non denunciare il malvivente a causa dei film porno gay. La legge in vigore prevede due anni di reclusione per possessione di video omosessuali.

La settimana successiva la polizia fa irruzione nell’abitazione di Randal arrestandolo assieme al suo compagno. I capi di accusa iniziali sono pesanti: possesso di video pornografici gay, convivenza gay e tentativo di plagio sessuale. Se confermati i capi d’accusa la pena prevista sarebbe 4 anni di reclusione.

Le prove e le testimonianze sono state fornite dal ladro che diventa il principale testimone dell’accusa.

Durante il processo per direttissima iniziato nel novembre 2013 il “testimone” accusa Bernard e Albert di avergli proposto a più riprese di avere degli atti sessuali con loro e, dinnanzi al suo rifiuto, di averlo minacciato.

Il testimone fornisce una incredibile spiegazione su come sia entrato in possesso del laptop di Randal. Secondo la testimonianza il laptop era stato imprestato dal cittadino inglese al fine che la “vittima” potesse visionare i film porno nella speranza di invogliarlo ad avere rapporti sessuali.

Il processo a Randal e Cheptoyek subisce immediatamente una strumentalizzazione politica. I media nazionali si interessano al caso denominandolo: “British Gay sex case”. L’obiettivo é quello di dimostrare come gli occidentali siano all’origine della perversione sessuale in Uganda, venendo nel paese per corrompere i giovani ed avviarli nel orribile mondo dell'omosessualità, sfruttando la povertà esistente nel paese.

Questa retorica é funzionale al Presidente del Parlamento Rebecca Kadaga e alle chiese Anglicana e Cattolica, impegnati fin dal 2009 a far passare la famosa legge “Kill the Gay Bill”. Trattasi di una legge peggiorativa rispetto a quella esistente in cui si prevede la pena di morte per gli omosessuali recidivi.

Fin dal sua proposta al Parlamento (avvenuta per la prima volta nel 2009) il disegno di legge Kill the Gay Bill ha scatenato dure reazioni internazionali e una feroce lotta interna al partito al potere: National Revolutionary Mouvement (NRM), costringendo a più riprese il Presidente Yoweri Museveni ad intervenire per bloccare la sua approvazione.

Si sospetta che dietro alla campagna mediatica contro Randal vi sia stata proprio Rebecca Kadaga, controverso personaggio politico ugandese assetato di potere e con l’ossessione di divenire la prima donna Presidente dell’Uganda, in continuo conflitto con il NRM (a cui é iscritta), il Primo Ministro Amama Mbabazi e con il Presidente Museveni.

Per attirarsi il supporto delle chiese Anglicana e Cattolica, Kadaga ha individuato nella legge omofobica un ottimo strumento per aumentare il suo prestigio, la sua popolarità nella speranza di rafforzare la sua candidatura alle elezioni Presidenziali previste per il 2016.

Il 13 dicembre 2012, Rebecca Kadaga riesce a farsi benedire dal Papa Benedetto XVI presso la Basilica di San Pietro con l’intento di sfruttare la benedizione per far approvare la legge omosessuale (pena di morte compresa) di cui la discussione parlamentare era prevista per il 15 dicembre 2012.

L’incontro con il Santo Padre viene subito strumentalizzato dai media ufficiali ugandesi su cui Kadaga sembra avere una forte influenza per supportare l’approvazione del Kill the Gay Bill. Per ottenere la benedizione papale, Rebecca non partecipa ai funerali di suo padre, morto durante la sua visita a Roma.

La benedizioni scatena un acceso dibattito in Italia e in Uganda, costringendo il Presidente Museveni a rinviare la discussione parlamentare sulla legge a data da definire.

Attuando un vero e proprio blitz parlamentare Rebecca Kadaga fa approvare la legge il 20 dicembre 2013 all’insaputa del Primo Ministro e del Presidente Museveni. La legge, approvata senza raggiungere il quorum necessario, scatena la reazione internazionale e una terribile lotta interna al partito al potere fino a quando il 16 gennaio 2014 il Presidente rifiuta di firmare la legge criticando duramente i politici che intendono criminalizzare l'omosessualità. Il Presidente Museveni pur definendo l'omosessualità una anormalità afferma che non può essere soggetto di punizioni ma di aiuti per far uscire gay e lesbiche dal loro deplorevole stato di anomalia fisica e psicologica.

L’intervento del Presidente sul delicato tema dell'omosessualità crea un clima di fiducia e speranza per una assoluzione di Bernard Randal, come aveva ipotizzato il suo avvocato difensore Tatchell.

Al contrario il 22 gennaio 2014 il Giudice Hellen Ajio pronuncia il verdetto di colpevolezza nei confronti di Randal. I capi d’accusa originali sono stati abbandonati. Il pensionato britannico é ora condannato per tentativo di corrompere un giovane ugandese (il ladro-testimone) e per aver ritardato a rinnovare il visto di soggiorno. La condanna é l’immediata espulsione di Randal dal paese essendo persona non grata.

L’avvocato della difesa consiglia il suo cliente di non far ricorso in quanto il processo é evidentemente politico.

Dopo la sentenza la polizia accompagnerà Randal presso la sua abitazione per permettergli di recuperare gli effetti personali e subito dopo all'aeroporto internazionale di Entebbe per l’immediata esecuzione della sentenza.

Normalmente l’ordine di espatrio forzato viene eseguito entro cinque giorni. Il frettoloso rinvio di Randal é spiegabile sono con l’esigenza di chiudere il caso prima che i media internazionali possano interferire.

Il quotidiano ugandese Red Pepper, fin dall’inizio critico sul caso, informa che Bernard Randal visitava regolarmente l'Uganda fin dal 2011 quando era ancora sposato. Dopo la morte di sua moglie, avvenuta poco prima del loro quarantesimo anniversario di matrimonio, Randal aveva scelto di stabilirsi nel paese africano sviluppando tendenze omosessuali e accompagnandosi con Albert Cheptoyek. Il quotidiano definisce Randal come un immigrato che non ha mai avuto problemi con la giustizia né esteriorizzato la sua omosessualità.

La giornalista della BBC Catherine Byaruhanga ha commentato: “Bernard Randal era visibilmente scosso all’arrivo al tribunale. Negando i capi d’accusa ha descritto la sua esperienza come un inferno”.

Il processo Randal é in netto contrasto con la Costituzione Ugandese e la Carta Africana dei Diritti Umani che vietano discriminazioni sessuali rivolte ai cittadini e agli stranieri. Purtroppo Randal é stato vittima di una rivincita contro il Presidente Yoweri Museveni per aver bocciato la legge anti-gay. La parte del sistema giudiziario favorevole alle politiche omofobiche di Rebecca Kadaga ha voluto lanciare un chiaro messaggio: “Nonostante la mancata legge siamo pronti a punire l'omosessualità anche se commessa da occidentali”.

I media e la magistratura non hanno fornito notizie sulla sorte del compagno di Randal: Albert Cheptoyek.

Nel 2011 l’attivista gay David Kato fu barbaramente ucciso in una stanza di albergo. Si mormora che sia stato un omicidio politico. La versione ufficiale della polizia parla di una disputa con un amante occasionale sul prezzo della prestazione finita in tragedia. Nessun sforzo é stato tutt’ora compiuto per trovare l’autore del omicidio nonostante le innumervoli richieste di giustizia fatte dai familiari.

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