Sud Sudan. Scandalo Colera

Frammenti Africani

Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

TAGS

BLOGROLL

Newsletter
Frammenti Africani

Giu 2

Sud Sudan. Scandalo Colera

Dal 23 maggio un’epidemia di colera è scoppiata presso i campi profughi di Juba, capitale del Sud Sudan. Al momento si registrano 586 casi e 24 morti. Per due settimane Nazioni Unite e Ong internazionali hanno tentato di tener nascosta la notizia. Forti i dubbi sull’operato umanitario. C’è chi parla di scandalo colera

di Fulvio Beltrami

sud sudan, colera, emergenza sanitaria, juba, ong

Oltre 1,3 milioni di persone sono sfollate in Sud Sudan. Le famiglie necessitano urgentemente di cibo, acqua, sanità per prevenire che la situazione diventi catastrofica entro la fine dell’anno. Aiutate Acf ad aiutarli”, recita una raccolta fondi della Ong inglese Action Against Hunger.

Lo scorso 15 maggio si diffonde la notizia di alcuni casi di colera registrati nei campi di accoglienza per sfollati allestiti dalle Nazioni Unite e Ong internazionali nei pressi di Juba, la capitale del Sud Sudan in guerra civile dal 15 dicembre 2013. Due le vittime registrate. La notizia oltre ad essere allarmante apre seri interrogativi. Il colera è una tipica malattia che sorge per mancanza di igiene e acqua potabile. Come è possibile che si diffonda in campi di accoglienza gestiti dagli umanitari occidentali? Vi sono almeno quattro manuali internazionali su come si debbano costruire questi campi per assicurare igiene, numero di latrine adeguato per la popolazione del campo, acqua potabile ed impedire le epidemie, redatti da Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), Unicef, Oxfam e Msf. Avendo avuto occasione di osservare recenti fotografie di questi campi è apparso subito evidente che questi manuali non siano stati ben compresi o rispettati.

Alla notizia è seguita l’immediata reazione delle Agenzie Onu e Ong internazionali che hanno promesso di attivarsi con urgenza per bloccare sul nascere l’epidemia di colera. Promessa evidentemente fatta per scopi di immagine e propaganda. Il 23 maggio 2014 la Ong francese Medici Senza Frontiere informa che i casi di colera nella capitale sono saliti da 2 a 315. Il 25 maggio si parla di 586 casi. Nel resto del paese si registrano casi di colera presso Malakal (Upper Nile State), Bentiu (Unity State) e Mimkamman (Lake State). I casi registrati in queste località sono per fortuna minimi poiché il 65% della popolazione è stata vaccinata proprio da Msf e vive in campi dove sono garantite le norme igieniche di base. Perché a Juba si è trascurata anche la vaccinazione?

La data ufficiale della proclamazione dell’epidemia non coincide con il suo inizio sul terreno. Il primo caso di colera fu riportato il 29 aprile 2014 presso il campo di accoglienza Onu denominato Juba III. Un caso tra almeno 200.000 sfollati può scappare. Probabilmente la vittima ha contratto la malattia prima del suo arrivo al campo. Basta isolarla, curarla e aumentare la sorveglianza igienica nel campo. Evidentemente l’assistenza umanitaria non è andata oltre alla cura del paziente scoperto poiché il 15 maggio 2014 il ministero sud sudanese della Sanità è stato costretto a dichiarare l’emergenza colera. Informazioni ricevute da operatori umanitari operanti a Juba rivelano che Nazioni Unite, Ong e Governo hanno tentato di arginare l’epidemia tra il 29 aprile e il 15 maggio senza riuscirci. Solo dopo il constatato fallimento l’emergenza è stata ufficialmente dichiarata.

In pochi giorni il colera si diffonde su tutto il distretto di Juba. Particolarmente toccato il campo di Muniki: 140 casi. Fino ad ora si sono registrati 24 decessi. Tutte le vittime sono arrivate morte all’ospedale. Chiaro segno che manca una copertura sanitaria all’interno dei campi di accoglienza. La situazione è peggiorata dalla guerra civile e dalla mancanza di strutture ospedaliere adeguate. In tutto il paese esiste un solo ospedale capace di trattare il colera: il Juba Teaching Hospital. Il governo ha fatto ricorso a Msf France per allestire un centro colera da 50 posti letto, attualmente esteso a 100. Oggi, 29 maggio 2014 le agenzie umanitarie ribadiscono il loro pronto soccorso a favore degli sfollati stando ben attente a dichiarare di essere riuscite a controllare l’epidemia, ancora in corso.

“L'epidemia di colera nasce da situazioni igieniche non adeguate e dalla mancanza di un team medico di pronto intervento capace di isolare i primi casi dal resto degli sfollati. Nei campi è risaputa la carenza di acqua potabile, il numero insufficiente di latrine (una per ogni 300 persone). Le campagne di vaccinazione contro il colera non sono state parzialmente attuate”. Questa la testimonianza – accusa di un volontario Msf sud sudanese offertaci sotto protezione di anonimato. Una testimonianza credibile visto l’evolversi della situazione e le fotografie dei campi di accoglienza. “Il colera può essere facilmente curato e contenuto se si interviene subito. La priorità delle Ong dovrebbe essere quella di assicurare una rapida risposta sanitaria per contenere l'epidemia lavorando contemporaneamente sui pazienti e sulla prevenzione della malattia”, spiega Brian P. Moller, responsabile Msf per il Sud Sudan.

Evidentemente questo team di pronto intervento non esisteva a Juba dove sono concentrate almeno 14 Ong internazionali e tutte le Agenzie Onu. L’universo umanitario in Sud Sudan nel 2013 ha disposto di circa 32 milioni di dollari per le sue attività di assistenza sanitaria. Nonostante questi ingenti fondi la risposta sanitaria è stata tutt’altro che rapida. Paesi come il Kenya o l’Uganda hanno dimostrato che l’epidemie di colera, possibili nella regione, possono essere facilmente fermate da un tempestivo intervento sanitario. Se i ministeri della sanità dei due rispettivi paesi riescono nell’obiettivo con una disponibilità di fondi nettamente inferiore a quella delle Ong, non si riesce a comprendere le “difficoltà” paventate dagli umanitari per giustificare i loro mortali insuccessi. Il problema propabilmente risiede tra la disponibilità di fondi e le reali capacità professionali di intervento. Rare sono le Ong veramente preparate sul settore sanitario. Per correttezza di informazione occorre segnalare che Msf rientra in questa ristretta cerchia di associazioni professionali. La mancata diffusione dell’epidemia nei campi di sfollati sud sudanesi dove opera rafforza la credibilità di questa Ong francese, ora divenuta internazionale.

Non è la prima volta che nei campi profughi delle Nazioni Unite scoppiano epidemie mortali che mietono centinaia di vittime. Ancora viva nella memoria il caso di Haiti dove il colera fu trasmesso ai terremotati da soldati nepalesi del contingente di pace Onu. Le 586 vittime sud sudanesi di colera e i 24 morti, senza contare i casi e i decessi all’interno del paese non registrati, rientrano quindi nel macabro ciclo di morte che periodicamente riaffiora nei campi rifugiati già di natura ambienti ostili per il benessere psicofisico di ogni essere umano. Nulla da meravigliarsi in quanto l’idea dei campi rifugiati in Africa (i primi furono allestiti all'inizio degli anni Novanta) nasce dal concetto dei campi di concentramento inglesi in Kenya, Tanzania e Uganda costruiti per ospitare i prigionieri tedeschi e italiani durante la seconda guerra mondiale.

La differenza è però enorme. La maggioranza dei prigionieri tedeschi e italiani, dopo qualche anno di rigida detenzione, sono rientrati nei loro paesi sani e salvi. I moderni prigionieri-profughi rimangono nel campo per almeno 10 anni, in condizioni psicofisiche assai discutibili. Il campo profugo, che ha natura provvisoria sia come infrastrutture che organizzazione, viene trasformato in una città di centinaia di migliaia di abitanti priva delle adeguate condizioni di vivibilità igieniche, e infrastrutture. Una gigantesca bidonville tanto per intenderci. Quello che è ancora più scandaloso è constatare l’assoluta impunità degli operatori umanitari responsabili di non aver prevenuto o intervenuto tempestivamente per bloccare eventuali epidemie e per gestire campi ingestibili dal punto di vista sanitario e umano. Questo è drammatico. Si parla non di statistiche ma di vite umane. Il peggior rischio che un operatore umanitario può correre è quello di non vedersi rinnovato il suo contratto causa sue negligenze.

Un rischio di poco conto visto che troverà dopo qualche mese un nuovo impiego presso un’altra Ong grazie alle referenze della precedente in quanto, di solito, le Ong non considerano corretto negare buone referenze. Dinnanzi al ripetersi di queste assurde situazioni che sconfinano nella sfera di responsabilità criminale, alcuni governi africani si stanno chiedendo quale linea adottare. Alcuni propongono che gli atti di negligenza compiuti da operatori umanitari, se comprovati, siano equiparabili all’omicidio involontario e puniti di conseguenza. Altri, come il Kenya, sono più radicali: i campi rifugiati sono da proibire. Altri paesi come l’Uganda accettano la presenza dei campi rifugiati ma solo per periodi ben definiti, creando le condizioni affinché i rifugiati possano integrarsi nella società ospite, lavorare, far famiglia e mandare i figli in una vera scuola. Questa politica di integrazione ha dato ottimi risultati diminuendo la criminalità e i pericoli eversivi, tipici fenomeni nei campi di rifugiati di lunga esistenza.

Alcuni esperti sanitari africani pensano che l’unica possibilità di impedire queste tragedie è di penalizzare l’incuria degli operatori umanitari, indipendentemente dalla loro nazionalità. Gli errori devono essere trasformati in reato. Altri punti fondamentali di prevenzione risiedono nella prevenzione dei conflitti e l’integrazione dei rifugiati nel paese ospite. Questi esperti giurano che prima o poi i governi africani arriveranno a queste decisioni che comprometteranno il grasso flusso di aiuti umanitari ma salvaguarderanno salute e dignità dei propri cittadini. Nel frattempo se qualcuno vuol fare una donazione a Acf o ad altre Ong per contribuire all’assistenza degli sfollati sud sudanesi faccia pure, sapendo però come verranno gestiti i suoi soldi dalla maggioranza di questi Signori della Povertà.

Fulvio Beltrami

Kampala Uganda.

© Riproduzione riservata

Commenti
Lascia un commento

Nome:

Indirizzo email:

Sito web:

Il tuo indirizzo email è richiesto ma non verrà reso pubblico.

Commento: