Nell’inferno di Malakal. Testimonianza di una suora italiana

Frammenti Africani

Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

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Mag 13

Nell’inferno di Malakal. Testimonianza di una suora italiana

Venerdì 9 maggio ad Addis Abeba, Etiopia, le due fazioni sud sudanesi: il presidente Salva Kiir e l'ex vice presidente Riek Machar hanno firmato un accordo di pace e il secondo cessate il fuoco dall’inizio della guerra civile del 15 dicembre 2013. Una suora comboniana italiana Elena Balatti riporta una testimonianza da Malakal

di Fulvio Beltrami

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La testimonianza di Elena Balatti, suora comboniana presente a Malakal, capitale del Unity State, offre una fotografia della realtà di uno dei più terribili conflitti africani contemporanei. Un conflitto sorto dalla lotta politica interna al partito al potere Sudan People’s Liberation Movement (SPLA) tra il presidente Salva Kiir e il vice presidente Riek Machar, entrambi veterani della guerra di liberazione contro il Nord Sudan, durata 25 anni. Dal 15 dicembre 2013, inizio delle ostilità a Juba, la capitale, il conflitto ha preso una prevedibile piega etnica trasformandosi in una sfida all’ultimo sangue tra le due principali etnie: i Dinka (di Slava Kiir) e i Nuer (di Riek Machar).

Il peccato originale di questa guerra è da imputare alla potenze occidentali e alle Nazioni Unite che, approfittando della morte del leader storico del SPLM, John Garang, avvenuta nel 2005, si appoggiarono proprio su Salva Kiir e Riek Machar per creare uno stato indipendente dal nord ovviamente per meglio controllare gli immensi giacimenti di petrolio, la maledizione storica di questo paese. Il progetto politico originario di John Garang era la liberazione di tutto il Sudan e la creazione di uno stato multi etnico e multi religioso. Un progetto che, se realizzato, avrebbe dato un diverso futuro ai due paesi gemelli.

Il racconto di Elena Balatti è interessante sotto vari punti di vista. Quello storico e umano, in quanto la testimonianza ci offre la possibilità di comprendere gli orrori della guerra che non sono unica prerogativa dei paesi africani ma, purtroppo, una prerogativa planetaria, basti pensare al conflitto nella ex Jugoslavia o la recente crisi in Ucraina.
Quello religioso, in quanto la Chiesa Cattolica durante la guerra civile ha aperto le porte delle sue chiese per proteggere i civili sud sudanesi indipendentemente dall’appartenenza etnica. Il contrario di quello che successe in Rwanda nel 1994 quando il clero cattolico locale e, in alcuni casi anche quello occidentale, partecipò attivamente al genocidio di un milione di tutsi e hutu moderati. Il 46% dei massacri avvenne all’interno di chiese, conventi e istituti scolastici cattolici. Il ruolo del clero era di attirare i fedeli in questi luoghi sacri promettendo loro protezione. Poi arrivarono le milizie Interhamwe a compiere l’opera satanica di sterminio totale... Il Sud Sudan del 2014 e il Rwanda del 1994 rappresentano due volti della Chiesa Cattolica in Africa spesso confusi a seconda dei paesi e delle circostanze storiche di cui il Vaticano deve ancora analizzare approfonditamente cause ed effetti.
Quello politico, in quanto Suor Elena Balatti ci descrive avvenimenti bellici che sono avvenuti a Malakal durante e dopo la prima tregua firmata dalle parti belligeranti nel gennaio 2014, evidenziando come è facile non rispettare gli accordi politici quando l’odio etnico prevale. Un monito e un avvertimento anche per questi fragili accordi di pace firmati il 09 maggio 2014.

Suora Elena Balatti ci descrive i massacri compiuti dai ribelli Nuer e dalla milizia etnica “White Army” (Armata Bianca) alleata a Riek Machar, non certo per presa di posizione a favore del governo o dei Dinka, ma per il semplice fatto che lei ha assistito a questi episodi. Le pulizie etniche sono state compiute da entrambe le parti sfiorando il genocidio. La catastrofe umanitaria è immensa: 1,2 milioni di sfollati, 2,9 milioni di persone bisognose di assistenza, 9 mila bambini reclutati dalle rispettive fazioni in guerra, scuole e ospedali bruciati. I morti sono calcolati attorno ai 150 mila, un'evidente sottostima poiché in molte parti del paese si sono consumati massacri di massa e i corpi sono stati bruciati. Tutto questo è successo nella più giovane nazione del Continente che conta 12,6 milioni di abitanti.

Il testo qui riportato è stato pubblicato sul settimanale sud sudanese The New Nation, edizione 08-22 maggio 2014.

19 gennaio 2014. 

Un comitato cittadino ha scritto una petizione indirizzata alla missione di pace Onu sulla situazione dei civili a Malakal. Mi sono recata a piedi fino alla base Onu presto nel mattino per chiedere aiuto per le migliaia di persone che si sono rifugiate nel compound della nostra chiesa. Ho raggiunto alcuni soldati per proteggermi. Finalmente è passato il coordinatore Onu degli sfollati con la sua macchina e mi ha dato un passaggio.

All’ufficio del UNMISS (United Nation Mission in South Sudan – ndt) il personale ha simpatizzato con la sorte delle migliaia di rifugiati nella chiesa ma mi hanno informato che non riuscivano a portare assistenza sanitaria in quanto i magazzini viveri della agenzie umanitarie erano stati saccheggiati e quello che rimaneva non era nemmeno sufficiente alle 20 mila persone che si erano rifugiate all’interno della loro base.

Il coordinatore si è offerto di riaccompagnarmi nel quartiere di Muderia, dove sorge la nostra chiesa. Attraversando la città ho notato alcuni civili Nuer che si erano avventurati fuori dalle loro abitazioni. Il primo giorno che i ribelli presero la città i civili potevano uscire dalle loro case indifferentemente se erano Dinka o Nuer. Bastava allacciarsi un pezzo di stoffa gialla e blu al braccio per farsi riconoscere come civili. Purtroppo presto questo salvacondotto improvvisato non fu sufficiente per i civili di etnia Dinka.

20 gennaio 2014. 

Ci sono rumori di un imminente attacco delle forze governative. La scorsa notte i ribelli hanno distrutto un carrarmato per far comprendere che hanno ancora la situazione sotto controllo. Due dei miei colleghi hanno raggiunto il compound delle Nazioni Unite per essere evacuati. Uno di essi, un missionario, aveva ricevuto serie minacce di morte. Visto che l’attacco non era ancora iniziato mi recai presso la chiesa. Durante il tragitto incrocia un ribelle che indossava una grossa croce al collo, mentre dalle porte aperte delle case usciva un tanfo di morte come evidente segno di massacri attuati al loro interno. Improvvisamente ho udito i primi colpi di artiglieria provenienti dall'aeroporto. In pochi minuti decine di donne terrorizzate hanno iniziato a correre con qualche effetto personale sulla testa, verso la chiesa. Io ho fatto la stessa cosa.

Nel frattempo un gruppo di ribelli è emerso da varie direzioni per prendere posizione. Molti di essi erano dei adolescenti della milizia White Army. Alcuni di essi hanno disertato gettando le divise per terra. Per tutto il giorno le esplosioni dell’artiglieria sono continuate mentre all’esterno della chiesa divampava la battaglia. Dopo interminabili ore, alle tre del pomeriggio, l’esercito regolare è riuscito a far fuggire i ribelli e riprendere il controllo della città. Migliaia di civili Nuer correvano in tutte le direzioni in cerca di protezione e rifugio. Era una scena apocalittica. I loro ribelli avevano terrorizzato la città e massacrato i Dinka. Ora toccava a loro. Varie donne e bambini Nuer si sono rifugiati all’interno della nostra chiesa. All’esterno si udivano colpi di fucile e mitragliatrice. Forse per distruggere le ultime sacche di resistenza rimaste dei ribelli. Forse...

Quando i primi soldati governativi hanno raggiunto la chiesa, per chiedere dell’acqua, i civili Dinka sono usciti a salutarli tutti entusiasti. Durante la notte, per la prima volta in settimane, non si udirono i colpi d’arma da fuoco.

21 gennaio 2014. 

La gente ha iniziato ad uscire dai loro rifugi. Tutto intorno era distrutto. Alcuni sono ritornate nelle loro abitazioni per raccogliere qualche indumento, oggetto, fotografia. La maggioranza delle case era distrutto o saccheggiata. I soldati governativi avevano contribuito alla distruzione accanendosi sulle abitazioni dei Nuer. Ora erano impegnati in operazioni di rastrellamento per catturare gli ultimi ribelli che erano rimasti in città. Decine di corpi giacevano per strada. Due di essi appartenevano ad un adolescente e ad un anziano handicappato. Affianco c’erano ancora le sue stampelle.

23 gennaio 2014.

La radio ha annunciato che il Governo e l’opposizione hanno firmato un cessate il fuoco ad Addis Abeba. Per la maggioranza dei cittadini di Malakal questa notizia non interessava. Ancora traumatizzati gli sembrava di udire una notizia che riguardava l’Etiopia o un altro lontano paese, non il loro. Molti di essi decisero di abbandonare la città ancora sotto rischio di altre battaglie per raggiungere posti che non sono stati ancora sconvolti dalla guerra come Renk, i villaggi nel nord del Nilo e Juba. Alcuni si sono diretti al nord, verso Khartoum.

Gathoth Garkuoth, il leader dei ribelli nel Upper Nile ha dichiarato la sua intenzione di continuare la guerra senza rispettare la tregua. Le sue forze distano 80 km dalla città. Il Governo sta portando rinforzi nel Upper Nile e la situazione rimane tesa. Ogni giorno qualche scaramuccia tra governativi e ribelli si verifica nei dintorni di Malakal. Il soldati governativi sono assistiti dalle milizie di Johnson Olony, il ribelle che un anno fa ha firmato la pace ed è stato perdonato da Salva Kiir.

11 febbraio 2014.

Alle otto della mattina stava partecipando alla messa quando ho udito un nutrito fuoco di artiglieria e dei carri armati avvicinarsi. Capii che una battaglia divampava presso il campo militare di Owechi nella riva occidentale del Nilo. I ribelli avevano attaccato il campo ed erano stati respinti dopo ore di feroci combattimenti. I feriti erano stati portati presso l’ospedale. Un gruppo di persone sono ritornate nelle loro case per recuperare quel poco che era rimasto per poi rifugiarsi nuovamente presso la nostra chiesa, la Cattedrale di San Giuseppe. Alla sera abbiamo ospitato altri 1500 sfollati.

16 febbraio 2014.

Mi sono recata presso il comando del SPLA per inoltrare al comandante una denuncia di donne Nuer stuprate dai suoi soldati. Il comandante non era presente. Il cappellano militare mi ha raccontato di quello che è successo il giorno di Natale quando i ribelli hanno preso Malakal per la prima volta. I soldati erano pochi e cercavano di resistere in attesa di rinforzi. Alla fine hanno deciso di ritirarsi. I soldati feriti lasciati nell’ospedale, 41, sono stati massacrati dai ribelli nei loro letti. “Li hanno uccisi tutti assieme al personale medico” mi ha riferito il cappellano militare.

17 febbraio 2014.

Il parroco, Padre Angelo Mojowok non è venuto alla messa mattutina. Al contrario sta girando per la città urlando alla gente attraverso un megafono di fuggire perché la situazione stava peggiorando. Nel pomeriggio la radio ha riportato varie notizie di affrontamenti tra soldati governativi e ribelli vicino a Malakal. All’interno della chiesa una donna mi ha detto che non poteva abbandonare la città perché sua madre non poteva camminare. Assieme a sua sorella avevano deciso di rimanere. Presi i soldi che tenevamo nella canonica per comprare gli alimenti per il refettorio. Sarebbero stati utili in caso che fossero arrivati dei soldati o ribelli.

Suora Elena Balatti, nata nel 1966 a Sondrio. Proveniente dalla parocchia di Samolaco San Pietro, appartiene alla congregazione delle Suore Comboniane.

Per diversi anni ha operato a Karthoum, Sudan presso la missione Componiana Provincial House – Comboni Missionaries Sisters, trasferendosi successivamente a Juba, Sud Sudan, dove assieme a Suor Paolo Moggi di Pisa fondò nel 2007 la prima radio cattolica sudsudanese: Radio Bakhita. Attualmente opera presso la missione Comboniana di Malakal. Elena Balatti non ha mai lasciato la città nemmeno durante i violentissimi combattimenti avvenuti tra il dicembre 2013 e il febbraio 2014.

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