Libia 2011. La guerra illegale degli Stati Uniti

Frammenti Africani

Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

TAGS

BLOGROLL

Newsletter
Frammenti Africani

Apr 20

Libia 2011. La guerra illegale degli Stati Uniti

L'intervento militare americano in Libia del marzo 2011 si è basato sul mancato rispetto del Presidente Barak Obama della legge che regola le azioni di guerra, creando un pericoloso precedente che mette a repentaglio la sicurezza mondiale. La denuncia di un insider della Sicurezza Usa

di Fulvio Beltrami

libia, stati uniti

Nel febbraio 2011, a seguito delle rivoluzioni in Egitto e Tunisia, iniziarono le proteste di massa in Libia, a Bengasi. I manifestanti chiesero riforme politiche e la fine del regime di Muammar Gaddafi, dopo 40 anni di potere incontrastato.

Le proteste fecero scatenare la reazione del governo libico che innescò la guerra civile. I manifestanti improvvisamente si trasformarono in guerriglieri, ingaggiando violenti combattimenti con l’esercito regolare.

Vista l’importanza strategica della Libia, le Nazioni Unite decisero di attivarsi immediatamente, contrariamente alla loro leggendaria incapacità di intervenire, ampiamente dimostrata in Rwanda durante il genocidio del 1994 e più recentemente nella crisi della Repubblica Centroafricana nel novembre 2013.

Il 26 febbraio 2011 il Consiglio di Sicurezza adottò la Risoluzione n. 1970 condannando l’uso della forza del governo libico contro la popolazione civile e la sistematica violazione dei diritti umani. Questa risoluzione fu basata su una significativa alterazione della realtà. Innegabile che i bombardamenti aerei e gli attacchi terrestri delle Forze Armate della Jamahiriya Arab Libya causarono parecchie vittime tra i civili. Innegabile però che l’intervento dell’esercito fu deciso dopo aver constatato la nascita di un movimento ribelle armato che aveva preso il controllo di Bengasi e di alcune altre città. Reazione automatica che sarebbe presa immediatamente dal Governo Americano nell’ipotesi di una guerriglia interna che occupasse le principali città di uno Stato della Federazione.

Le Nazione Unite richiesero agli Stati membri di prendere “tutte le necessarie misure” per impedire l’acquisto di armi, congelare i beni del dittatore Geddafi, della sua famiglia, dei leader del regime e facilitare l’assistenza delle agenzie umanitarie internazionali a favore della popolazione libica. La Risoluzione n. 1970 non autorizzava però l’uso della forza contro la Libia.

Durante lo sviluppo della guerra civile divenne evidente che le forze ribelli ricevano armi e munizioni da potenze occidentali attraverso l’Arabia Saudita e il Qatar e che erano affiancate da consiglieri militari americani, britannici e francesi. Nonostante questi supporti esterni le forze ribelli registrarono una serie di sconfitte militari contro un esercito professionale preparato e ben armato che furono presentate all’opinione pubblica internazionale come una escalation delle violenze contro i civili. Nel marzo 2011 la ribellione, confinata solo al est del paese, stava per essere sopraffatta.

In loro soccorso giunse il Senato Americano. Il 01 marzo 2011 condannò la sistematica violazione dei diritti umani in Liba incluso gli attacchi ai “protestanti” che domandavo riforme democratiche, (leggi i rivoltosi libici). La condanna, proposta dai Senatori John Kerry e Richard Lugar, prevedeva l’uso della forza per proteggere i “civili libici”. Per evitare provvedimenti militari il Governo Libico doveva fermare l’offensiva militare, richiamare le sue truppe dal est del paese e assicurare la regolare provvisione di acqua, elettricità e gas a Bengasi e altre tre principali città della regione.

La richiesta era lineare con il progetto di dividere il paese rendendo la regione di Bengasi indipendente. Un ripiego strategico dinnanzi al constato dell'incapacità militare della ribellione di abbattere il regime, nonostante gli aiuti internazionali. Il Senato Americano richiedeva ad uno Stato sovrano di rinunciare a parte del suo territorio sotto minaccia di un intervento militare per difendere i “diritti umani”.

Il 12 marzo 2011 il Consiglio della Lega Araba decise di supportare gli Stati Uniti chiedendo alle Nazioni Unite di imporre una no-fly zone contro l’aviazione militare libica e di stabilire aree sicure per la protezione dei civili e degli stranieri presenti in Libia. La richiesta della Lega Araba aveva due obiettivi: quella di neutralizzare la superiorità aerea del governo libico, principale causa dei suoi successi militari, e quella di creare aree sicure non per i civili ma per le forze ribelli. Una palese ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. La richiesta della Lega Araba trovò la totale disapprovazione dell’Unione Africana che la accusò di attentare alla sovranità della Libia.

Il 17 marzo 2011 l’esercito libico pianificó l’assalto all’ultima roccaforte rimasta ai ribelli: Bengasi come misura finale per riprendere il controllo del paese. Per impedire la sconfitta definitiva della ribellione il Consiglio di Sicurezza ONU approvò la Risoluzione n. 1973, autorizzando l’uso della forza per proteggere i “civili libici”. L’autorizzazione si basò sulla surreale convinzione che le azioni del esercito libico contro i ribelli rappresentassero, non un atto di difesa ma una gravissima minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Le Nazioni Unite richiesero al governo di Tripoli un immediato cessate il fuoco e la fine degli attacchi, con l’obiettivo di evitare la disfatta della ribellione.

Nel paragrafo 4 della Risoluzione n. 1973 si autorizzava gli Stati membri ad agire militarmente a livello unilaterale o attraverso organizzazioni regionali come la NATO. L’azione militare escludeva l’utilizzo di forze di occupazione, limitandosi ad imporre un blocco navale e una no-fly zone con l’autorizzazione ad abbattere gli aerei e le navi militari libici.

Immediatamente dopo la risoluzione gli Stati Uniti e gli alleati europei lanciarono attacchi aerei contro l’aviazione militare libica. Gli attacchi vennero immediatamente indirizzati anche contro le forze terrestri, spostando l’ago della bilancia a favore della ribellione.

Alle tre del mattino (ora locale) del 19 marzo 2011 sotto mia direzione, le forze armate americane, parte integrante di una risposta multilaterale e autorizzata dal Consiglio di Sicurezza ONU, hanno intrapreso raid aerei contro l’aviazione militare e la difesa terreste libiche. L’obiettivo è di assistere gli sforzi internazionali autorizzati e supportare gli alleati Europei e Arabi per prevenire una catastrofe umanitaria e bloccare la minaccia della Libia alla sicurezza e alla pace internazionale. Queste azioni limitate devono essere considerate come la prima fase di future azioni decise con i partner degli Stati Uniti’, dichiara il Presidente Obama ai media americani il 21 marzo 2011.

L’intervento americano ha il merito di chiarire la strategia di Washington sul principale paese produttore di petrolio del Nord Africa: ribaltare le sorti del conflitto a favore della ribellione, ritornando sulla decisione iniziale di abbattere il regime di Ged

Il 30 aprile 2011 un raid aereo NATO uccise il sesto figlio di Gaddafi Saif al-Arab Gaddafi e tre suoi nipoti in Tripoli. Nel agosto 2011 i ribelli presero il controllo di Tripoli e la Lega Araba fu la prima a riconoscere il Consiglio Nazionale Provvisorio come il legittimo rappresentante della Libia. Solo alcune città nel ovest del paese rimasero fedeli al vecchio regime: Bani, Walid, Sebha e Sirte e furono conquistate tra il settembre e l’ottobre 2011. Ritiratosi a Sirte Gaddafi annunciò la volontà di negoziare il passaggio di potere, una proposta che fu ignorata dalla coalizione ribelle vittoriosa.

Il 20 ottobre 2011 il leader fu catturato nei pressi di Sirte e vittima di una esecuzione extra giudiziaria attuata durante il suo trasporto verso Misrata. Il suo corpo fu esibito al pubblico disprezzo per oltre una settimana in una cella frigorifera di un mercato locale di Misrata. L’assassinio di Gaddafi fu organizzato e voluto dagli Stati Uniti per evitare imbarazzanti confessioni e rivelazioni durante un suo eventuale processo. Il Segretario di Stato Hillary Clinton nel agosto 2011 chiese ufficialmente alla coalizione ribelle di uccidere il leader libico o di catturarlo.

Dopo la fine della guerra civile alcune indagini accurate ed indipendenti rivelarono che entrambi i belligeranti avevano commesso gravi violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, torture, esecuzioni extra-giudiziarie e omicidi di vendetta, compresi i “dimostranti” dipinti come vittime da difendere e utilizzati come pretesto per giustificare l’invasione del paese.

L’intervento americano in Libia fu possibile grazie alla legge “War Powers” (Poteri di Guerra) entrata in vigore durante l’Amministrazione Nixon nel 1973. La legge permette al Presidente di iniziare una guerra offensiva in paesi stranieri senza il consenso del Congresso e senza attuare una ufficiale dichiarazione di guerra. Questo permesso ha una durata di 60 giorni dopo di ché il Presidente ha l’obbligo di sottoporre l’azione militare già intrapresa al Congresso e al Senato per ottenere il loro consenso e ufficializzare il conflitto attraverso una dichiarazione di guerra al paese nemico. I Poteri di Guerra possono essere estesi per altri 30 giorni restando obbligatorio il consenso di Congresso e Senato. In caso contrario il Presidente deve immediatamente ordinare il ritiro delle truppe americane dal paese straniero e la fine delle ostilità.

Il 19 maggio 2011, 60 giorni dall'inizio del intervento militare in Libia, il Presidente Obama decise di non rispettare la legge dei Poteri di Guerra, non richiedendo il consenso a Congresso e Senato per l’avventura nel paese nord africano, rendendo l’intervento militare illegale, sempre ammesso teoricamente l’esistenza delle “guerre legali”.

Le giustificazioni fornite dal Presidente per questo atto anti costituzionale sono state considerate estremamente naif. “L’intervento militare americano non è unilaterale ma inserito in una risposta multinazionale autorizzata dalla Risoluzione n. 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Essendo un intervento multinazionale non è necessario richiedere l’approvazione a Congresso e Senato. Ripeto, l’Intervento non è deciso dagli Stati Uniti ed ha precise limitazioni operative e di durata”, spiegò il Presidente Obama il 20 maggio 2011.

L’intervento americano in Libia si basa sull'autorità costituzionale poiché è teso a proteggere gli interessi di difesa nazionale in quanto l’attuale regime libico rappresenta una seria minaccia alla pace mondiale che può seriamente compromettere la sicurezza interna degli Stati Uniti”, dichiarò il Presidente Obama il 26 maggio 2011 in risposta alle pesanti critiche del Congresso per il mancato rispetto della legge sui Poteri di Guerra. Come l’esercito libico potesse rappresentare una seria minaccia alla sicurezza interna degli Stati Uniti rimane tutt’ora un mistero.

Il 28 maggio il Congresso convocò il Presidente Obama per giustificare il corso dell’aggressione militare e chiedere l’autorizzazione per continuare le operazioni. La convocazione fu ignorata e il Dipartimento di Stato sottomise al Congresso un memorandum dove si rigettava l’accusa rivolta al Presidente di aver violato le norme costituzionali in materia di difesa e conflitti armati.

Il Presidente del Congresso, John Boehner rifiutò le tesi del memorandum proponendo il 3 giugno 2011 una risoluzione per dichiarare illegale l’azione militare in Libia e richiedere il ritiro immediato delle forze armate dal teatro di guerra nord africano. La seconda richiesta fu proposta dal Parlamentare del Partito Democratico Dennis Kucinich. La risoluzione fu bloccata dalla maggioranza dei Parlamentari del Partito Democratico che all’epoca controllava il Congresso.”, spiega il Colonnello James P. Terry ex Vice Assistente del Segretario di Stato.

Neutralizzata l’opposizione Boehner – Kucinich, il Presidente Obama si spinse oltre, ordinando l’utilizzo delle forze terrestri americane in Libia. Ufficialmente si trattava di una forza ristretta di esperti con il compito di monitorare sul terreno l’efficacia della no-fly zone e dirigere i tiri dei missili cruise sugli obiettivi militari. In realtà vari reparti dell’esercito americano ingaggiarono violenti combattimenti con l’esercito regolare libico sapientemente ignorati dai media occidentali come rivela il Colonnello Terry, rendendo l’intervento “umanitario” in Libia una atto di invasione anti costituzionale. È il famoso noto irrissolto del conflitto in Siria. Fino ad ora Europa e Stati Uniti, collaborando con Turchia, Israele e Arabia Saudita, non hanno ancora trovato un minimo pretesto per attuare uno dei loro classici interventi umanitari.

Governo ed esercito regolare libici sono stati sopraffatti dall’intervento militare diretto americano e NATO. Senza di esso la ribellione non sarebbe riuscita a prevalere nonostante il sostegno finanziario, l'approvvigionamento in armi e munizioni e i vari gruppi mercenari islamici inviati dalla Arabia Saudita.

La legge sui Poteri di Guerra è in realtà uno stratagemma inventato dal Presidente Richard Nixon per permettere agli Stati Uniti di intraprendere invasioni militari senza il consenso preventivo del Congresso e senza dichiarare formalmente guerra. Il periodo limitato a 60 giorni, estendibile per un massimo di 90 giorni, è sempre stato considerato un tempo sufficiente per risolvere conflitti a favore degli Stati Uniti contando sulla loro superiorità militare. Dopo Nixon, i Presidenti Bill Clinton, George H. V. Bush e George W Bush (Jr) hanno ricorso a questa legge nei conflitti americani in Afganistan, Bosnia Erzegovina, Iraq, Haiti, Kosovo, Somalia. Ad eccezione di Haiti tutti gli altri conflitti oltrepassarono la durata dei 90 giorni di pieni poteri militari offerti al Presidente e regolari richieste di approvazione delle avventure militari furono sottomesse a Congresso e Senato. Richieste puntualmente approvate.

La decisione presa dal Presidente Obama (Premio Nobel per la Pace) di non sottostare alle norme previste dalla legge, rendendo anticostituzionale l’intervento in Libia, hanno creato un pericoloso precedente che “azzera i poteri costituzionali del Congresso nelle decisioni belliche degli Stati Uniti. L’intervento militare in Libia ha creato i presupposti per rendere l’Amministrazione e il Pentagono liberi di decidere guerre a livello mondiale senza preoccuparsi della loro conformità costituzionale o dell’approvazione del Congresso. Questo precedente rappresenta un serio pericolo per la pace mondiale in quanto la stessa perversa logica può essere applicata anche per la decisione estrema di lanciare un attacco nucleare contro una potenza nemica.”, avverte il Colonnello Terry.

L’intervento Occidentale è stato fondamentale per abbattere il regime di Gheddati e per condannare il paese ad un periodo di instabilità e caos politico ed economico di cui attualmente nessuno può pronosticare né la durata né gli esiti.

James P. Terry, Colonnello del esercito americano attualmente in pensione, collabora con il Centro per la Sicurezza Nazionale presso la facoltà di legge dell'Università della Virginia. Precedentemente ha servito nell’esercito e ricoperto i ruoli di Vice Assistente del Segretario di Stato, e Consigliere del Pentagono.

© Riproduzione riservata

Commenti
Lascia un commento

Nome:

Indirizzo email:

Sito web:

Il tuo indirizzo email è richiesto ma non verrà reso pubblico.

Commento: