La guerra civile nigeriana diventa mediatica

Frammenti Africani

Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

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Mag 19

La guerra civile nigeriana diventa mediatica

Il rapimento di 276 ragazze da parte di Boko Haram ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. I grandi media hanno creato una campagna mediatica che fa scoprire il dramma della guerra civile in Nigeria ma rischia di nascondere le vere cause e responsabilitá del Governo Federale e delle potenze occidentali

di Fulvio Beltrami

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C’è voluto il rapimento di 276 ragazze per far scoprire al largo pubblico internazionale la guerra civile in atto nella Nigeria contro la setta islamica Boko Haram. Questa guerra cominciò nel 2002 mentre la sua escalation è più recente: 2012. Il rapimento di massa di queste studentesse ha colpito l’immaginario collettivo aprendo un circolo vizioso tra noi giornalisti. Dalla prima volta che la notizia originale è stata diffusa fino ad ora e per altre due, tre settimane ogni giornalista che voglia scrivere un articolo sulla Nigeria, deve parlare di queste ragazze per essere sicuro che il suo articolo sia letto, il suo editore contento e il suo posto salvaguardato.

La campagna #BringBackOurGirls promossa su Twitter ha raccolto la solidarietà e simpatia di milioni di persone. First Lady, star del cinema e della musica, leader delle associazioni per la difesa dei diritti umani hanno fatto a gara per pronunciare la condanna di circostanza, promuovere una raccolta fondi, essere, in ultima analisi, presenti per evitare di essere ricordati tra gli assenti, un rischio mortale per la popolarità e il benessere personale duramente conquistati.

La campagna ha indubbiamente raggiunto i suoi obiettivi e ora rappresenta una forma di pressione rivolta al presidente Jonathan Goodluck e al gruppo terroristico Boko Haram. Con tali risultati dobbiamo arrivare alla conclusione che l’attenzione internazionale è positiva e utile. Oltre a questa verità incontestabile occorre però porci qualche domande: La campagna mediatica è stata attuata correttamente? Perché la Nigeria e non un altro paese? Cosa si nasconde dietro Boko Haram? Che soluzioni prenderà il governo federale?

BrinkBackOurGirls nasconde il rischio del iper attivismo che porta a semplificazioni sulla complessa situazione che maturano a loro volta falsificazioni e mistificazioni come è stato per la campagna Kony2012 proposta da una sconosciuta Ong Invisible Children La campagna fu un successo mediatico mondiale basato sulla mistificazione della realtà Invisible Children grazie ad un sapiente assemblaggio video, propose testimonianze videografiche risalenti agli anni Novanta (quando nel nord Uganda divampava lo scontro tra il Lord Resistence Army (LRA) e l’esercito regolare con centinaia di migliaia di sfollati) facendo credere che quello presentato fosse la realtà dell’Uganda nel 2012.

È dal 2004 che il LRA non rappresenta più una minaccia per governo e popolazione essendo stato respinto oltre confine costretto a nascondersi tra Sud Sudan, Centro Africa ed est del Congo. La maggioranza dei sfollati è ritornata alle proprie abitazioni e campi, il nord Uganda sta conoscendo pace e sviluppo economico. I soli risultati visibili di questa campagna sono stati il vertiginoso aumento dei fondi a disposizione di Invisible Children e il prestigio ottenuto che le permette di avere una sede a Kampala e l'autorità di redigere rapporti sul tema e spiegare a governo e forze armate cosa devono fare per catturare Joseph Kony il leader ribelle. Business as usually.

BrinkBackOurGirls nasconde il rischio della semplificazione di una situazione complessa ridotta ad uno scontro tra nord e sud, mussulmani e cristiani. Un altro rischio, non trascurabile, è una soluzione al problema altrettanto plateale e mediatica che il governo federale può tentare di assicurarsi. Il presidente Goodluck ha un disperato bisogno di un successo mediatico per ristabilire la sua legittimità e coprire le sue responsabilità all’interno di questo conflitto. L’arresto di qualche leader di Boko Haram con l’aiuto di esperti internazionali sarebbe perfetto.

Per ottenerlo, il presidente Goodluck per la prima volta ha accettato gli aiuti di partner internazionali quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e forse Cina e Israele. Washington ha già inviato droni di sorveglianza per individuare dove sono tenute prigioniere le ragazze. Per il bene di tutti occorre un lieto fine per queste ragazze. Una ragazza è riuscita a scappare con la gran gioia della CNN che si è assicurata l’esclusiva della sua intervista.

Il lieto fine con la cattura dei bad guys, aumenterebbe il prestigio del governo federale e delle potenze mondiali ma non risolverebbe le radici di questa guerra civile destinata a risorgere alla prossima occasione in forma più virulenta, poco importa se il nuovo gruppo estremista islamico si continuerà a chiamare Boko Haram o Combattenti di Allah. In fondo queste sono solo sigle.

Le radici di questa guerra risiedono su anni di discriminazione sociale e religiosa del nord mussulmano, degrado istituzionale e morale, corruzione dilagante, mancato sviluppo economico, disoccupazione giovanile endemica e inauditi crimini di guerra contro le popolazioni del nord commessi da polizia ed esercito nigeriani ormai protetti da impunità perenne in nome della “lotta al terrorismo”.

Il lieto fine di questa storia mediatica aiuterebbe gli Stati Uniti a nascondere sotto il tappeto della stanza ovale alla Casa Bianca le immancabili scorie non gradite che la sua politica estera inevitabilmente crea.

Il Dipartimento di Stato Americano e il Segretario di Stato John Kerry si sono posizionati in prima file nella lotta contro Boko Haram prendendo al volo il grave episodio del rapimento di queste ragazze. Mossa mediatica ma tardiva mirante a nascondere precedenti inspiegabili prese di posizione di Washington riguardo il gruppo terroristico nigeriano. Nel 2011 l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, rifiutò di inserire Boko Haram nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali, permettendo così ai suoi leader di viaggiare tranquillamente a livello planetario e mantenere i propri conti bancari esteri senza rischiare spiacevoli “congelamenti”. Boko Haram è stata inserita nella lista solo recentemente. In compenso Hillary Clinton si è aggiunta al coro di protesta internazionale versando lacrime di coccodrillo in un suo Twitter del 04 maggio.

Esistono varie teorie sulla natura di Boko Haram ma la verità è drammatica. Nessuno sa esattamente cosa sia questa organizzazione, da chi è composta, chi la finanzia, nemmeno il governo federale della Nigeria. Difficile combattere efficacemente un nemico sconosciuto...

L’unica novità di questa crisi non consiste nella campagna mediatica internazionale ma nel risveglio di una coscienza popolare che inizia a divenire critica nei confronti dell’Amministrazione Goodluck e quindi pericolosa essendo le elezioni previste per il 2015. I nigeriani, donne in prima fila, si sono mobilitati a livello nazionale creando la vera pressione politica che terrorizza governo federale e presidente. Questa mobilitazione è riuscita ad uscire dai confini nazionali. Decine di dimostrazioni sono state svolte con successo in varie città da Londra a Johannesburg, anche grazie al supporto mediatico.

Il successo di BrinkBackOurGirls risiede nella natura della notizia su cui la campagna internazionale si è sviluppata. Il rapimento delle 276 ragazze nigeriane è considerato nel ambiente dei media una good story che smuove la coscienza dell’opinione pubblica senza implicazioni o effetti secondari essendo un dramma tra negri mussulmani o cristiani che siano. Diverso lo scenario per il genocidio in atto contro la comunità mussulmana nella Repubblica Centroafricana o la vera natura dell’attuale governo autoproclamatosi a Kiev. Queste sono bad stories di cui è sconsigliato creare campagne mediatiche. In Centro Africa si rischierebbe di compromettere l’immagine della Francia. A Kiev quella degli Stati Uniti.

Fulvio Beltrami

Kampala Uganda.

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