di Sergio Bevilacqua
Il nuovo allestimento dell’articolata compagine di produzione tra i teatri di Reggio Emilia, Piacenza, Modena, Ravenna, Haydn di Trento e Bolzano, Operalombardia può sorprendere i neofiti dell’opera rossiniana o coloro che non conoscono l’Italiana in Algeri, capolavoro brillante (1813) di Gioachino Rossini. Per me, che amo il maestro pesarese, e, contraccambiato, lo frequento da lustri, un poco ovunque, ma soprattutto presso lo stupendo Rossini Opera Festival, quel ROF che ha donato all’umanità la giusta valorizzazione della sua gloria antropologica, il vissuto estetico di questa Italiana in Algeri del teatro comunale Romolo Valli di Reggio Emilia è diverso e non sorprende. Uno potrebbe dire: ma se vai a teatro e vedi qualcosa, per valutarlo mica devi sempre ricorrere alle pantofole di Padre Adamo… L’esperienza per tanti si configura proprio lì, e dev’essere immediata, non dovuta a complesse esegesi di fonti ed esperienze: il teatro è sempre hic et nunc (qui e ora), e anche live (dal vivo), mica esercizio speleologico, archeologico e filologico a oltranza…
Quindi, chi critica senza esperienza comparativa (io di Italiane esportate ad Algeri presso svariati Bey ne ho conosciute forse una decina) si mordesse la lingua? Oppure no? No! La usasse! E ci dicesse. C’è chi ha fatto notare che quest’Italiana, molto carnale e astuta, tra tutte le qualità che le ho visto esprimere nei lustri, non è empatica... Ma non per colpa sua: non il versante del personaggio, messo in luce dal regista “furlan” (friulano, e udinese) Fabio Cherstich, consapevole di Turchia e turchi per milieu macroveneziano (“Mamma li turchi! !” oppure, più appropriatamente, “Juditha Triumphans” per Vivaldi 1716) che la vede maliziosa e strategica, ma per gli espedienti popolareschi di ambientazione. Assolutamente doverosa è la ricerca di nuovi target, che allarghino il bacino di chi apprezza il clamoroso esercizio artistico che l’Opera lirica, gloria nazionale, produce intrinsecamente. E va detto che l’opera buffa rossiniana aveva a suo tempo una vocazione popolare e un pò birbona, per divenire lo spettacolo che distrae per eccellenza. E allora, dopo duecento anni, una lieve deriva cabarettistica, volgaroide, ci sta anche, suvvia… Ma può distaccare empaticamente. E posso confermare che anche il mio gusto personale è dispatico, ma non quello del pubblico avulso che si vuole attrarre, tutt’altro. Come sociatra, devo andare oltre la mia opinione, e vedere l'opera in termini obiettivi, che includono appunto una strategia verso nuovi target, che sono, come ho scritto altrove, intrinsecamente refrattari... Se può servire un WC nel bel mezzo della scena, come nell’ordinario cabaret, si sorrida pure, anche a denti stretti, e vediamo che succede.
Un tentativo? L'opera lirica è una gloria nazionale, con le entrate da bigliettazione a meno della metà del bilancio dei costi di un nuovo allestimento, e dunque pagata soprattutto dallo Stato... Che albergo della scena sia un cantiere edile popolato da sfaticati con al centro il suddetto servizio igienico, che le dinamiche amorose siano spostate al livello più elementare, che vengano lasciate sullo sfondo le differenze di civiltà (italiana/Algeri), ciò contribuisce ad avvicinare un prodotto culturale complesso come l'opera un poco a tutti. E... i risultati? Servirà a catturare nuovi target? Gli aspetti artistici rimarranno appropriati?
Domande rimaste ancora senza risposta definitiva. L'ostacolo di una musica colta, troppo distante dell'orecchio delle masse contemporanee può essere superato, per fare dell'opera un solido prodotto audiovisivo differito o fruibile in streaming o in televisione? Perché est modus, in rebus! Quei target non si prendono a teatro, manco ci sarebbe il posto... e poi sappiamo bene come web e TV siano canali promozionali per la moltiplicazione delle repliche teatrali... Ecco un altro argomento a favore di questa Italiana in Algeri: un prodotto quasi televisivo o da piccolo schermo.
Mancano ora le considerazioni melomani su voci e interpretazione musicale, con le quali veleggiano i critici del secolo scorso, ottusamente concentrati su una sola metà della rosa dei venti operistici, e destinati a bonaccia continua: il Belcanto si afferma senza remore sul palcoscenico del Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia e, grazie alla seminudità di Giorgio Caoduro nei panni di Mustafà, si vede il lavoro di diaframma delle caratteristiche intonazioni gorgheggiate, ben eseguite anche dalla Tronel in Elvira e da Gatin in Lindoro. Ma è l'altra metà della rosa dei venti, quella "video" e non "audio", ad essere artisticamente principale oggi, e a dare il vento in poppa... a saperla riconoscere e rendere propria, come accade grazie a Bovey (scene), Arbesser (costumi) e Pasqualini (luci).
L'opera del Terzo Millennio non è più spettacolo soprattutto musicale, come è divenuta nell'800, dopo Gluck (presto al Valli di Reggio Emilia il capolavoro “Orfeo ed Euridice”, https://italia.reteluna.it/it/orfeo-ed-euridice-di-gluck-al-regio-di-parma-shirin-neshat-alla-regia-grande-classe-AtpSZ.html ) e con i conseguenti, preziosissimi equilibri di Donizetti, Bellini e anche di un bel pezzo di Rossini, compositori che mai sacrificarono la trama, la drammaturgia letteraria, sull'ara della composizione musicale (come accade, ad esempio, in un bel pezzo di Verdi e di Wagner). L'opera è e rimane un grandioso spettacolo audiovisivo a spiccato contenuto musicale, ma con componenti video oggi particolarmente importanti, anche perché sospinti dalle nuove tecnologie scenografiche digitali, collanti per "i nuovi target", che sono internettiani e televisivi e che vivono l'ipertrofia visiva tipica della nostra epoca.
Ed eccomi spezzare un’altra lancia a favore di quest’Italiana in Algeri: le luci sono non solo quelle del Sud del Mediterraneo, colte benissimo, ma anche quelle che servono nel piccolo schermo del display e del televisore. I giovani artisti operistici, anche già grandi, cioè affermati, come il caro amico tenore Stefan Pop, non avevano dubbi, ancora dieci anni fa, che il destino del successo lirico fosse sui piccoli schermi. E così il celebre basso veneziano Renzo Stevanato, che mi diceva: “Non vado alla Fenice, seguo l’opera in televisione…”
Ciò detto, in questo spettacolo reggiano mancano certamente costumi d’epoca, scenografie del lusso della casa del Bey e segni delle mollezze sofisticate e orientaleggianti del serraglio, suo harem turco: chi vede quest’opera per la prima volta ha la sensazione, magari dopo un’occhiata al libretto, di aver perso qualcosa a causa della regia… ma chi, come me, è di casa “ad Algeri” e chez Rossini, constata che la trama risalta chiarissima anche rispetto a edizioni molto filologiche, che si perdono invece nel mettere in scena come due secoli fa, mentre i nostri stessi occhi sono di due secoli dopo… E per questo, non è mai abbastanza forte il ringraziamento al Rossini Opera Festival, che nelle sue 46 primavere (in realtà estati, pesaresi) ha operato su tutti i versanti del sontuoso prisma artistico rossiniano, fino a questa quarantasettesima edizione. Il Festival proporrà infatti dall’11 al 23 agosto 2026 un totale di ventidue spettacoli. Inaugurerà all’Auditorium Scavolini una nuova produzione di Le Siège de Corinthe, diretta da Carlo Rizzi e messa in scena da Davide Livermore, alla sua quinta regia al ROF. Seguiranno al Teatro Rossini due riprese di opere che hanno fatto la storia della manifestazione: L’occasione fa il ladro, messa in scena nel 1987 da uno dei maestri della regia rossiniana quale Jean-Pierre Ponnelle, l’anno prossimo diretta da Alessandro Bonato; La scala di seta, ideata nel 2009 da Damiano Michieletto e portata alla Royal Opera House di Muscat nel 2019, che sarà diretta da Iván López Reynoso. Completeranno il programma Il viaggio a Reims dei giovani dell’Accademia Rossiniana, quattro concerti di Belcanto, due concerti lirico-sinfonici e lo Stabat Mater finale.
Viva Rossini, sempre grande personaggio, sia nella sua bella Pesaro, che nei principali teatri del mondo, fino alla celebrazione dei suoi vezzi più personali, che ne fanno un personaggio popolare, anche nei teatri minori, come quello di Reggiolo, nella Bassa reggiana. Là, la regia di Luigi Pagliarini ha messo in scena brani della sua vita personale, con la grande Maria Antonietta Centoducati nei panni della seconda moglie, Olympe Pélissier, quanto mai affettuosa e provocante…
Venerdì 27 febbraio 2026
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