di Sergio Bevilacqua
Devo con piacere notare che la programmazione del Teatro Regio di Parma, con la presidenza di un giovane sindaco della città colto e interventista, Michele Guerra, e con la sovrintendenza di un uomo di grande esperienza e solidissima formazione, Luciano Messi, ha intrapreso, dopo un poco di spaesamento iniziale, una strada di eccellenza e di grande qualità nel cartellone operistico. La bella istituzione culturale della città emiliana è così avviata a un percorso di ampio respiro sul versante della tradizione, saggiamente contaminata da elementi innovativi, ma senza strappare, e recuperando così un pubblico che si era progressivamente allontanato per la troppa originalità di alcune stagioni, caratterizzate da fattori stranianti nelle regie e nelle scelte di scenografie e costumi. Nessun sussulto più o segno di sofferenza dai tradizionalisti, che si sono riavvicinati e di cui quest’amministrazione può vantare il recupero.
Non che le scelte siano state fatte solo per questo, ma il quadro parmense, loggione, melomani e appassionati, chiedeva un riequilibrio, dopo il lancio in orbita dell’era precedente, alla quale si deve un decennio di sperimentazioni e di viaggio sulla cresta dell’onda dell’originalità e, attraverso ciò, il tentativo di collegare diversi target alieni al teatro e a quello d’opera in particolare. Target refrattari, non basta l’intelligenza e la sorpresa… Mentre il tradizionalista non perdona.
Ed ecco dunque il Teatro Regio tornare luogo di distinzione culturale, con spettacoli che combattono su tutti i piani del Parnaso operistico, senza complessi verso mastodonti circostanti, come il Teatro alla Scala di Milano o il Comunale di Bologna, prima spiazzati dal percorso originalissimo della precedente direzione artistica degli emiliani. Certo che, per questa strada maestra, si attenuano molto le concorrenze: i bacini della fruizione sono quelli che sono, e quelli di Parma sono ben diversi da quelli di Milano e anche di Bologna, ma Verdi è sempre un grande richiamo, un tacito moltiplicatore molto interessante anche per Milano, mentre la politica regionale ha spinto e spinge per il raccordo tra Regio e Comunale di Bologna…
Occorrono davvero nervi saldi, e quelli a Luciano Messi non mancano. Per giocare al meglio le sue carte, il Regio di Parma ha bisogno di qualche colpo d’ala: infatti, il cartellone operistico 2026 è di alto livello e sfidante. La prima metà dell’anno è sempre dedicata alla programmazione varia, senza particolari connotati, come si addice a un teatro che ha già la sua cifra nel Cigno di Busseto, cui è dedicata tipicamente la seconda parte dell’anno, da settembre, col Festival Verdi. E dunque oggi all’“Orfeo ed Euridice” di Gluck fanno seguito una “Norma” di Bellini e poi la rediviva “Manon Lescaut” di Puccini, per anni distante dalle ripetizioni tipiche dei capolavori pucciniani, ma portata in nuova auge dalla terna bernardiana 2024 dell’altro Regio, quello di Torino, con Auber e Massenet a far compagnia al lucchese.
Sfidante, anche in Orfeo ed Euridice, per la eccellente idea di affidare le regia alla mia coetanea Shirin Neshat, “persiana dell’Iran” come ama presentarsi, con tutti gli occhi puntati su come avrebbe interpretato il personaggio di Euridice, proprio mentre la teocrazia sciita toglieva peccato ai rivoltosi libertari, a decine di migliaia, togliendo loro la vita, e ben sapendo che il terribile baratto di quella antropologia sta nello scambio di donne con potere ai maestri del culto da parte dei maschi. Shirin è stata davvero esemplare nel non prestare il destro a critiche socio-ideologiche, e ha presentato una Euridice ( e un Orfeo) mi vien da dire “geometrici”, letterari, mitologici, senza doppi sensi, producendo con gran classe una risposta implicita: nessun bisogno di sbandierare il dissenso all’oscurantismo sciita, basta il consenso a un altro modello di donna e di relazione, quello che la cultura occidentale ha fondato fin dalla mitologia greca, che poi ha trovato nell’amore cristiano il suo consolidamento e nella civiltà della democrazia occidentale la sua statuizione antropologica, sotto forma di equivalenza tra i sessi, semmai in itinere, ma incontrovertibile.
Che questo percorso non possa però essere per la intellettuale persiana un percorso di gioia, è dimostrato dal fatto che vengono evitate citazioni metafisiche, ad esempio a Giorgio De Chirico, in mostra ora sia a Modena che a Milano, con la sua icona Orfeo, certamente non tragica: la regista preferisce un angelo botticelliano dalle grandi ali, chiaramente cristiano, che ispira un poco anche gli spazi scenografici ed ermeneutici, giocando il ruolo di un Amore tutt’altro che puttino, bensì canoviano e carnale. Così, la magistralità video della regista, conclamata da mostre istituzionali che documentano la qualità concettuale della sua fotografia e, nel cinema, da premi quali il Leone d’argento a Venezia nel 2009, è penetrata nella scenografia dell’opera e ha trovato gli equilibri adatti alla messinscena teatrale. Dimostrazione ulteriore di quanto l’opera lirica oggi stia vivendo un periodo di grande ripresa del senso della vista in fruizione, accanto a quell’udito così strapotente nel XIX e XX secolo. E che ciò accada in “casa” di Christoph Willibald Gluck, cioè di quel compositore che per primo impose lo strapotere della musica nel “recitar cantando”, è tutto dire…
Carlo Vistoli, un Orfeo appassionato e trascendentale, col suo falsetto risalta in modo colorito e fragile accanto alla stentorea e inconsapevole Euridice, l’ottima Francesca Pia Vitale, che non si fida, fino a far commettere all’aedo per eccellenza l’errore fatale.
Fabio Biondi alla bacchetta, con un colpo di genio, esordisce con suoni contemporary nell’ouverture, creando così il giusto clima di attualizzazione di un’opera di certo senza tempo, ma anche facile preda di filologie annoianti.
Insomma, fatte due chiacchiere en passant col sovrintendente Messi, palesemente soddisfatto, devo notare che c’è del gran buono in questa fase del nuovo corso del Regio, con le maestranze non particolarmente litigiose e l’amministrazione della città in grande sintonia.
E ora vedremo Norma e Manon…
(testo A.I.free)
Venerdì 13 febbraio 2026
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