Orazio Gentileschi, il cuore vero del Seicento ancora per un mese ai Musei Reali di Torino

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Orazio Gentileschi, il cuore vero del Seicento
ancora per un mese ai Musei Reali di Torino

Longhi contro Longhi: se c’è una vera determinazione evolutiva nella pittura attraverso linea, colore e forma, essa viene nel Seicento dalla linea Gentileschi-Van Dyck-Guido Reni-Guercino-Rubens, non nel vicolo cieco Michelangelo Merisi da Caravaggio

di Sergio Bevilacqua

Locandina presso l'entrata dei Musei Reali di Torino
Locandina presso l'entrata dei Musei Reali di Torino
Allegoria della Pace, ovvero Le arti che sotengono la Pace
Allegoria della Pace, ovvero Le arti che sotengono la Pace

Mi sento di poter dire che Orazio Gentileschi (1563-1639) è uno dei migliori pittori post-rinascimentali. Legato a Raffaello ma pienamente intriso di spirito seicentesco, egli trova nella calibrata volatilità della forma, quella forma sperimentata in lungo e in largo dai grandi maestri del XVI secolo e replicata fino alla noia dalla Maniera, la manifestazione più moderna per l’epoca. Proattivamente, apre quella via dinamica che porta fino a P.P.Rubens senza soluzione di continuità, passando per Guido Reni e Guercino. Perché è proprio Rubens la vetta del Barocco in pittura, e Orazio lo conosce a Genova, dove lavora prima di prendere la strada della Francia e di Londra. Ed è nella capitale inglese che la figlia Artemisia lo raggiungerà, in un atto supremo di perdono per le ingiustizie di cui la storia incolpa il padre (il caso della violenza su di lei dell’importante esperto di pittura di paesaggi Agostino Tassi) e, a braccetto con la sua morte, lavora con lui all’ultima opera, “Allegoria della pace”. Chiamato anche “Pace sorretta dalle arti”, si tratta di un imponente olio su tela destinato a un nobile soffitto che sarà completato grazie ad Artemisia con Orazio ancora in vita. Curioso vedere quest’opera imponente oggi, con i venti di guerra che soffiano da tutte le parti, e leggerne i contenuti di 400 anni fa, come quelli di oggi: l’amore di una figlia per il padre, il perdono, e le arti contro la guerra… C’è una grande lezione del femminile in questo caso artistico, incluso il rifiuto della violenza che le arti rappresentano.

Orazio Gentileschi
Orazio Gentileschi
Michelangelo Merisi da Caravaggio
Michelangelo Merisi da Caravaggio

E proprio parlando di violenza, sono molti gli spunti dei critici che rimandano a Caravaggio, con cui Orazio Gentileschi, ma anche Artemisia e molti pittori del 600, in realtà non hanno mai avuto molto a che fare, se non per le sue bizzarrie e la sua fama di violento. Michelangelo Merisi da Caravaggio, detto più semplicemente Caravaggio, infatti, gioca da solo, oppure possiamo vederlo accanto al suo mentore recente Roberto Longhi, troppo innamorato di lui e di una sua fantasia critica e storica. Il caso critico di Caravaggio è emblematico della valorizzazione tardiva di un comunque ottimo pittore. Il Longhi esagera a definire il lombardo profeta del chiaroscuro e cantore della gente normale: ciò avviene spesso prima e dopo. Se lo si erge a pilastro dell’estetica seicentesca, sul piano storico ed evolutivo. e lo si inserisce nella diacronia del 600, si penalizzano i veri seicentisti, col risultato di non fare una buona analisi sociostorica. I cosiddetti caravaggeschi esistono solo come definizione postuma di stampo accademico. Essi usano il chiaroscuro o il soggetto popolare come è proprio della temperie seicentesca, non perché seguono Caravaggio. I pittori di soggetto popolare sono sempre stati presenti e il chiaroscuro è fattore strutturale della pittura. Orazio Gentileschi ne fa il giusto uso, calibrato, e non ha preso nulla dal Merisi. Lo stesso si può dire di Artemisia Gentileschi, che è invece figlia di tanto padre, e questo sì che si vede.

Opera in mostra
Opera in mostra

La qualità della pittura di Gentileschi padre è proverbiale e davvero elevatissima. L'unica cosa che sembra un poco gravare sulla pittura del romano (a Pisa dove nasce, di cognome Lomi, sta solo pochi anni) è una certa discontinuità, in alcuni casi un poco sorprendente, ma che non mi sentirei di escludere sia dovuta ad attribuzioni un poco superficiali od opportunistiche. Se questo fosse vero, la differenza di qualità pittorica con la figlia Artemisia risalterebbe anche di più, benché il gusto moderno e una certa (opportuna!) filosofia veda Artemisia su scudi potenti.

Insomma, la storia di Gentileschi, ben rappresentata nelle sette sezioni della mostra torinese, è quella di un viaggiatore seminatore, che tocca tutti gli ambienti nevralgici dello spirito seicentesco in pittura, e che lascia un’eredità ben più cospicua di ciò che credeva lui stesso. Il suo solido retaggio rinascimentale nel disegno di Raffaello gli consente di tenere la schiena dritta anche davanti allo sfuggire del senso dell’opera con l’incedere del pomposo e del celebrativo. e di apparire come un vero, robusto ponte tra il Cinquecento e il Seicento. Proprio in quella spuma pittorica, come l’onda genovese di Boccadasse, sarebbe caduto Rubens se non l’avesse incontrato nei palazzi della Superba da adornare, ma anche nei caruggi genovesi, con le loro mescite di vino Pigato di Ponente e Vermentino di Levante, giusto per usare una suggestione di tipo godereccio che, senza arrivare agli eccessi caravaggeschi (questi sì!), caratterizzava la vita degli artisti allora.

La storia dell’arte, nelle mani di numerosi suoi interpreti ambiziosi e opportunisti, presuntuosamente attaccati a criteri intrinseci anziché quelli estrinseci di un sostanziale cui prodest per l’umanità, ha fatto emergere troppo Caravaggio e ha sommerso invece un cruciale Gentileschi. E voglio allora usare Longhi contro Longhi: se c’è una vera determinazione evolutiva nei criteri guida della pittura attraverso linea, colore e forma, allora essa brilla nel Seicento della linea Gentileschi-Van Dyck-Guido Reni-Guercino-Rubens e non nel vicolo cieco Merisi da Caravaggio, che rimane, a ben vedere, lettera morta e vero disturbo nel capire quella manifestazione umanissima ed elevatissima che è la pittura, in particolare tra il 1400 e il 1900.

Panel dei relatori alla presentazione stampa della mostra dei Musei reali. A destra Iole Siena di Arthemisia
Panel dei relatori alla presentazione stampa della mostra dei Musei reali. A destra Iole Siena di Arthemisia
Opera in mostra
Opera in mostra

Il caso di Orazio Gentileschi risulta importante in funzione evolutiva e tale valore emerge con chiarezza in questa mostra antologica, intelligentemente realizzata da Arthemisia (nome simile a quello della figlia del Gentileschi…) di Iole Siena e voluta dai Musei Reali di Torino, in finissage il 3 maggio 2026.

Ancora un mese per conoscere bene questo grande artista e capirne appieno il suo ruolo storico, approfittando di una concentrazione di opere che sarà difficile rivedere in futuro.

(Testo A.I.free) 

Giovedì 26 marzo 2026

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