di Sergio Bevilacqua
In quel mese di marzo da poco trascorso, che mi ha visto come tanti interessati correre lungo lo Stivale per i numerosi eventi d’arte che inaugurano, e per le tante messinscena di livello dei bei teatri sette e ottocenteschi italiani e anche dei gioielli di più recente concezione, come il Carlo Felice di Genova e il Regio di Torino, non potevo mancare al coraggioso episodio che riguarda il musicista veneziano Ermanno Wolf Ferrari (1876-1948) con il suo “Il campiello” nello scrigno della Superba.
Come nel XIV secolo con Chioggia, che li fece penetrare con grande clamore nella protettissima laguna veneziana, anche oggi la scherma con Venezia ha richiesto a Genova un alleato che le apra le porte di una conquista morale sui Serenissimi: l’ottima Fondazione Arena di Verona che, guidata dalla brava Cecilia Gasdia (non è così usuale che un’artista di chiara fama come lei sia capace di riconvertirsi con successo in un impegnativo ruolo manageriale…) ha trovato un’importante sponda delle sue programmazioni, estese ed audaci, proprio nel bel Carlo Felice.
L’anima legale di Carlo Goldoni, avvocato e re dei drammaturghi, non può che gioire nella tomba di questa pacifica nemesi storica: se il Gran Teatro alla Fenice è impegnato soprattutto a intrattenere con spettacoli mainstream il suo pubblico turistico dei quattro punti cardinali, a chi richiedere la valorizzazione civile della sua opera teatrale “Il campiello”? E così anche il bravissimo musicista austro-veneziano Wolf Ferrari, che vede il suo teatro d’elezione occupato dalla setta dei mostri sacri dello spettacolo lirico, quelli che vogliono propagandare i turisti all’assalto di ovvietà di cartellone, a chi deve rivendicare la celebrazione della venezianità, che fu e che è ancora tra le due guerre così intensa e vitale, tanto da celebrarne nel 1936 il tempio profano, la piazzetta veneziana, il piccolo campo, cioè il Campiello?
Una bella sorpresa, un regalo di una profonda scelta di programma, e un’occasione per una tappa nel piano di visite che la conoscenza della fase storica della Cultura italiana richiede a chi, come sociologo, ne studia aspetti estetici e sistemici per poterne trarre indicazioni e orientamenti.
Un'opera piacevole, questo Campiello, messo in scena al Carlo Felice in Piazza De Ferrari a Genova, con il celebre testo di Carlo Goldoni, opera teatrale frescamente trasposta in musica su libretto di Ghisalberti. E quale musica è, essendo stata in Prima a Milano nel 1936? Data l'epoca, la domanda è lecita... Anche Wolf Ferrari, come ad esempio il coevo Mascagni, resiste all'atonale, e Mozart e Vivaldi lo confortano, ma anche la tradizione popolare italiana, in particolare nell’opera lirica, dove si confermano le allegrie tricolori, la propensione per la musica melodica e per le arie orecchiabili.
Gran bello spettacolo. Una Prima che dimostra come un teatro con la sua città possano permettersi anche la tradizione sofisticata. Certo, era un'opera quanto mai adatta alla Fenice, al teatro principe dei veneziani… Ma la Fenice non è più dei veneziani: è degli avventizi danarosi che si fermano alle parole "Opera lirica" o al massimo arrivano a "Verdi", "Puccini" e poco altro.
Il Carlo Felice invece è dei genovesi che, dimenticando l'antico odio per Venezia, si permettono una produzione di un veneziano/austriaco come Ermanno Wolf Ferrari che parla di una venezianità quasi intima, quella dei tanti campielli popolar-benestanti della Serenissima di ieri.
Oggi, invece, quelli assomigliano più a condomini babelici che a culle di secolare civiltà veneziana...
Data la curiosa contestualità con gli eventi della principale istituzione teatrale veneziana, mi viene spontaneo svolgere alcune considerazioni sulla vicenda relativa alla ex-nuova direttrice musicale Beatrice Venezi.
Io sono sinceramente democratico e pluralista, sono esperto di Pubblica Amministrazione e di management per una vita passata, anche sui libri, ma soprattutto sul campo, a tentare di migliorare i funzionamenti di aziende, famiglie e delle 10000 organizzazioni che fanno il corpo dello Stato moderno italiano. Mi permetto di pensare (e di sapere…) che sono ben pochi quelli che hanno avuto la fortuna di percorrere una strada anche scientifica nel funzionamento del Paese come la mia, senza adesioni a gruppi d’interesse, anche se a volte schierandomi, sempre indipendente, per una parte o per l’altra.
Io la Venezi alla Fenice la vedevo piuttosto bene. Vero quello che si dice della sua esperienza, forse anche di alcune ruvidezze nell’uso della bacchetta, ma la sua immagine è molto bella: è così italiana, così venezianeggiante, così adatta a un pubblico estroverso e vacanziero, in cerca di bellezza e non di considerazioni profonde come quelle opposte alla sua presenza sul Canal Grande in campo San Fantin.
Il vero problema? Non è quello di un direttore artistico che deve forse un poco farsi le ossa per dimensioni globali (ma se non si danno occasioni di esperienza, quando mai potrà succedere?), alla Fenice, il più grande dei sette-otto teatri veneziani, ma la vita e la programmazione di tutti questi, che erano ben 20 nel XVIII secolo. La Fenice (e anche il teatro Malibran) sono costretti al sold-out dal flusso turistico, mentre manca una visione di sviluppo per riempire gli altri otto teatri attivi in laguna, con spettacoli che non siano solo di “elevata” cassetta, ma anche di valorizzazione delle tradizioni culturali e della ricchezza artistica del patrimonio veneziano.
Il vero problema è di programmazione e di organizzazione della proposta culturale per Venezia di apolidi e veneziani che in laguna sono ormai solo 50000, e i turisti invece più del doppio.
Intanto, è un grande piacere vivere esperienze come quelle dell’opera di Wolf Ferrari a Genova, una città con il suo Carlo Felice e altri 20 operativi. E ottenere dalle belle voci di Tognocchi, Cortellazzi e Fiume le emozioni che, nel buio del teatro, ci narrano di questa realtà, ancora al centro del nostro immaginario, e di baruffe che continuano…
(testo A.I.free)
Sabato 9 maggio 2026
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