di Sergio Bevilacqua
Ed ecco al Regio di Parma, da dove mancava da 20 anni, Manon Lescaut, un nuovo allestimento firmato Massimo Gasparon, delfino di Pier Luigi Pizzi. Manon, dalla strana vita teatrale, viene considerata da alcuni l'opera più moderna di Giacomo Puccini, anche se è tra le prime del maestro lucchese, presentata ancora nel 1893. Musica bellissima, quasi verista, con arie anche importanti ma che non si stagliano nel contesto musicale come negli altri capolavori pucciniani: Bohème, Tosca, Turandot, infatti, raccolgono di più la frase verdiana fatta di scansioni ove le canzoni (popolari arie o romanze…) sono intervallate spesso da musica quasi d’attesa, volte allo scatenamento delle passioni loro proprie, data la orecchiabilità. Sul piano musicale, ricordando queste cose, ovviamente nulla di particolarmente nuovo, come dimostra la ottima direzione di Ciampa: Puccini in Manon Lescaut sembra ammirare la pienezza di Bellini e di Donizetti, anche se alle sue porte non bussa il XIX, ma il XX secolo. Ciò dona a Manon Lescaut una sorta di continuum musicale, come ci abituerà il Novecento, con Mascagni e Wolf Ferrari, sempre, però, rigorosamente fuori dalla linea dell'atonale.
Lo spettacolo diviene poi, oggi, molto consapevolmente audiovisivo. È certo che siamo in pieno teatro musicale, e nessuno si sognerebbe mai di sostenere altro, ma nel terzo millennio la parte video ha fatto passi da gigante e i faticosi trompe-l’oeil scenografici lasciano il passo a proiezioni magari con videomapping, che consentono ambientazioni realistiche e immensi spazi creativi. Pane, vero pane, per i denti di Massimo Gasparon, che al momento mi viene da considerare come un maestro del video in teatro: inizia con un uso primattoriale delle luci e ci delizia poi con la proiezione di scenari digitali, cui il nostro occhio è preparato da tutta la semiologia digitale corrente in cui è immerso. Tale semioòogia digitale si sospende invece entrando nei nostri bei teatri sette-ottocenteschi e anche novecenteschi e contemporanei, come il nuovo Regio di Torino, il Carlo Felice di Genova e sua maestà il teatro del Maggio fiorentino che faticano a dare spazio elle nuove scenografie. Luci e tecnica scenografica sono la differenza principale che produce questa regia di Manon, e richiedono al pubblico un rispetto per variabili dello spettacolo che i giovani apprezzano, e che invece i vecchi melomani subiscono o non valutano appieno.
È infatti a questi nuovi target che Gasparon sembra mirare. La sua Manon è originale, fresca, policroma, piena di suggestioni visive con il cielo in primo piano e tutti i contenitori scenografici (locanda, palazzo) sfumati nel loro contenere. Insomma, grande ossigeno: una Manon all'aperto, en plein air...
È la città di Parma, con i suoi retaggi storici, le sue bellezze, i suoi Farnese così ben ambientati da dimenticare quasi il natìo viterbese, la sua Maria Luigia, il suo Giuseppe Verdi, ad aver creato questa congiunzione tra un maestro della regia, PL Pizzi, e il suo compagno d’arte e di sentimenti, Massimo Gasparon. Si sono incontrati circa un quarto di secolo fa proprio nel parmense, per la progettazione del Museo Nazionale G. Verdi, creatura di Mariano Volani suo presidente che ci ha lasciato, innamorato di Verdi come il fratello Arnaldo lo è di Mozart, che mi volle accanto come suo vice per alcuni anni. Da sociologo riflettevo, pensando a Mariano imprenditore, visionario, trentino (come sono anch’io, in extremis della Val di Sole), come sia proprio del DNA degli imprenditori avvicinare risorse in vista del loro valore reciproco, sia in un’ottica di farne business, sia nel sentire di semplice opportunità. Ora eccoli, Pizzi e Gasparon, nel palco degli ospiti di riguardo del Regio di Parma, che mi stringono la mano. Prima di raggiungerli, non mi son fatto mancare (da Otello), un'eccellente degustazione di formaggi internazionali, salumi di ottima qualità e una selezione per razza bovina storica (bianca Modena, rossa Reggio, bruna Parma e frisona ovunque) di grana di varie stagionature, accompagnati da un’ottima bottiglia di Fortana, il vino che beveva Verdi insieme all’immancabile (anche per me...) spalla cotta.
Digressione doverosa, perché è davvero inusuale trovare posti accoglienti ed eccellenti, e anche spettacoli di egual livello: l’opera lirica è un impegno sublime, ma pur sempre un impegno, e non proprio leggero… Tre ore, quasi sempre la sera (ma mi permetto di sottolineare che nasce come spettacolo pomeridiano)… La rottura di una serie di consuetudini, tipo l’ora solita della cena… Anche viaggi (tra Venezia e Genova, tra Torino e Firenze e al Costanzi di Roma, il Rossini O.F.a Pesaro, e poi Donizetti a Bergamo e Puccini al suo festival di Torre del Lago…) pesanti, per noi che ne vediamo la caratteristica di risorsa culturale, fenomeno centrale di un immaginario tanto italiano, e così globale…
E così capita che anche gli affetti, amore e amicizia, si miscelino all’arte e, mentre ciò unisce Pizzi e Gasparon, sul palcoscenico il soprano Anastasia Bartoli indica un nuovo modo di essere Diva-Antidiva, grazie anche alla educata voce, potente e dai colori accesi: in platea, sua madre, Cecilia Gasdia, già soprano di successo e da anni Sovrintendente di Arena e Filarmonico di Verona (di successo!), soppesava compresissima le manifestazioni vocali e attoriali della figlia (figlia d'arte, sua...). Le ho studiate, non potevo farmelo mancare (son sociologo dell’arte, e impiccione…), fin da quando alcuni anni fa, la madre accompagnò al piano la figlia in un dolcissimo concerto al ROF di Pesaro. Allora e oggi, ho degustato ogni minima relazione tra le due, da quelle artistiche a quelle personali che trasparivano inevitabilmente, malgrado la classe ed esperienza gigantesca ormai di mamma Cecilia e la passione e padronanza di scena, personalissima, di Anastasia. Bene, verrebbe da pensare che Cecilia la stia lanciando (e perché no? Anastasia ha doti e personalità da vendere!) ma la serietà da inchino avviene quando alla domanda/affermazione, insidiosissima per tutti i risvolti psico-artistici e pedagogici del caso rivolta alla “madre” (capite le virgolette, c’è un senso non solo genetico e affettivo…): “Anastasia deve fare Wagner! ?” (che significa dopo Rossini, Verdi, Puccini e il resto, essere un soprano-atout, come pochissimi nella storia della lirica), Cecilia interruppe il codice istituzionale, mi guardò con gli occhi dell’anima e mi disse, quasi timidamente (rarissimo in lei…): “Non ancora…! ?”
Ecco cosa è essere vera figlia d’arte e non di mammà.
Ho scritto anche troppo, ma queste cose le leggete solo da me.
Immancabile la Manon Lescaut del Regio di Parma. Se non l’avete beccata lì, credo che circolerà verso il festival Puccini di Torre del lago, al Petruzzelli di Bari, a Bucarest (che coppia sarebbe Anastasia Bartoli con Stefan Pop!), e poi a Fiume, appena lasciata l’Istria per il golfo del Quarnaro.
Un allestimento che merita la rincorsa.
(Testo A.I.free)
Lunedì 6 aprile 2026
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