Corona-virus: tra Stato e Chiesa

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intervista a mirko de carli

Corona-virus: tra Stato e Chiesa

Le disposizioni precauzionali contro la diffusione del virus

di Gianluca Valpondi

Mons. Nosiglia arcivescovo di Torino e il sindaco pentastellato Chiara Appendino, il Mercoledì delle Ceneri
Mons. Nosiglia arcivescovo di Torino e il sindaco pentastellato Chiara Appendino, il Mercoledì delle Ceneri

Non sappiamo per quanto ne avremo ancora, ma già il Corona-virus ha fatto parlare tanto di sé, fino a diventare la prima notizia ovvia di giornali e tv, facendo naturalmente impazzire i social. Ne parliamo con Mirko De Carli, coordinatore del Popolo della Famiglia per il nord Italia.

Allora Mirko, ‘sta “via della seta” non è che ha portato tanto bene... Ma che è successo in Cina? Le teorie più o meno complottistiche si susseguono e accavallano, ma di certo c’è una cosa: la Cina non è il massimo come trasparenza democratica (libertà di coscienza religiosa inclusa). Quale insegnamento possiamo trarre dal caso Corona-virus a favore innanzitutto dell’amato popolo cinese?

L’ho detto già più volte intervistato anche sulla possibilità o meno di sviluppare questo rapporto commerciale così intenso con la Cina tramite la cosiddetta “via della seta”. Credo che nel momento in cui si vada a strutturare una collaborazione economica/politica con Paesi che ad oggi non abbracciano processi di democrazia reale come appunto avviene in Cina bisogna avere forti tutele. Ebbi a dire già, in un’intervista precedente che mi avevi fatto, che non era pensabile poter strutturare solamente come Italia un rapporto commerciale così importante, così complesso come quello della cosiddetta via della seta, ma andava fatto un ragionamento a livello europeo, dove si mettesse al primo posto l’opportunità di poter collaborare commercialmente con una superpotenza economica come la Cina, ma che si potesse farlo attraverso una seria sinergia e collaborazione degli stati europei che potessero essere una controbilancia forte e sostenibile rispetto a una Cina che a confrontarsi con la sola Italia aveva ovviamente tutti gli elementi di forza dalla sua parte. Ovviamente come è avvenuto sul piano commerciale è avvenuto per questa emergenza sanitaria; al di là delle teorie complottiste o meno, purtroppo la realtà è che si è venuti a conoscenza di quanto stava accadendo rispetto al corona-virus molto dopo rispetto ai primi casi che si sono verificati; c’è stata una gestione maldestra e goffa ovviamente taciuta e oscurata da parte del governo cinese e naturalmente poi gli effetti si sono riversati a livello internazionale, essendo oggi anche a livello di società dominati da quella che chiamiamo la globalizzazione, e quindi di conseguenza ciò che accade in una parte del mondo poi sistematicamente, essendo in collegamento tutte le aree del mondo una con l’altra, viene a colpire poi anche gli altri continenti. La lezione da imparare sicuramente è quella oggi di riportare al centro il ruolo importante delle comunità territoriali, quindi lo Stato non dev’essere visto secondo quella logica sbagliata di Stato-Nazione per cui oggi viene contestato l’avvento e il crescere di forze politiche che riaffermano il primato del ruolo dello Stato secondo quella che è un’aurea di contrasto ai nuovi venti nazionalisti, ma uno Stato che garantisca, tuteli e promuova i diritti delle persone, anche il diritto alla salute e il diritto a proteggere la salute soprattutto delle persone più deboli, gli anziani e i bambini... questo è molto molto importante...lo puoi fare dentro una logica di collaborazione sempre maggiore quando ti trovi dentro a dimensioni sovranazionali come può essere l’Unione europea; e il ruolo dell’Unione europea può essere sempre più incisivo e forte se il ruolo degli Stati che la compongono è forte ed è consapevolmente in grado di cedere all’Unione europea parte del proprio potere in un’ottica di maggiore tutela dei cittadini che appartengono ad ognuno di quegli Stati. Quindi sul corona-virus credo che sia stato gestito maldestramente dai singoli Stati proprio perché non sono più in grado di farlo e non hanno più una classe dirigente adeguata a gestire questo tipo di emergenze. L’Italia ne è stato un esempio eclatante, e purtroppo poi la gestione maldestra e inadeguata di emergenze di vario tipo – queste sanitarie – che potevano essere gestite in maniera invece più intelligente e molto più oculata, portano danni mostruosi all’economia e li stiamo già avvertendo sulle borse e sull’economia reale. Bastava ascoltare virologi come quelli dell’ospedale Sacco di Milano o come la Ilaria Capua, che ho avuto il piacere di conoscere durante la sua avventura parlamentare, che con grande pacatezza e intelligenza avevano già chiarito di che cosa si trattava e avevano già consigliato di non cadere dentro a misure che procurassero panico nella cittadinanza, ma optare piuttosto per una gestione intelligente e non fuori dal buon senso di questo corona-virus che non è altro che una particolare e più forte influenza.

Il mondo appare sempre di più come un villaggio globale dove l’interdipendenza è la regola: qual è e quale dovrebbe essere il ruolo dei mass-media? E quello dei decisori politici?

Ovviamente, come ho ripetuto più volte all’interno del dibattito sul ruolo dell’Unione europea, il processo di globalizzazione è un processo ad oggi inarrestabile, è un processo che può essere mediato, che può essere governato e non subìto. Credo che sicuramente un ruolo fondamentale lo svolgano i leader politici con incarichi pubblici e anche i mass-media. Per questi ultimi io credo che il primo compito sia quello di adottare – e lo ripeto spesso - il “linguaggio della verità”, citando una delle frasi storiche di Václav Havel nel libro Il potere dei senza potere, e cercare di raccontare e narrare le vicende per quello che sono, senza soggiogare il loro pensiero a quella che è la necessità politica strumentale del momento. Purtroppo invece ho visto giornalisti improvvisati virologi, ho visto giornalisti creare più panico loro che le istituzioni pubbliche, e questo ha creato forte danno in questa situazione di emergenza che stiamo attraversando. Invece parlare il linguaggio della verità significa far riflettere su questi argomenti le persone che sono competenti, dare spazio a loro, e cercare di accompagnare i cittadini, soprattutto quelli più fragili - penso agli anziani, ai bambini... - ad un atteggiamento sano e di buon senso rispetto a quella che è un’emergenza che si sta vivendo. Per classe dirigente politica vale la stessa regola; naturalmente in Italia viviamo un periodo drammatico (ma non solo in Italia). Abbiamo una classe dirigente inadeguata, improvvisata, e soprattutto non preparata. Sull’emergenza corona-virus si è voluto fare il copia e incolla di quelle che son state le misure di prevenzione sanitaria adottate dalla Cina, commettendo un gravissimo errore, soprattutto perché non si è voluto dare ascolto a quei medici che avevano già spiegato in maniera chiara che andavano adottate misure di precauzione ma senza creare eccessivo allarmismo ed eccessivo panico; bastava leggere gli interventi del direttore generale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), che con chiarezza diceva che si trattava appunto di un’influenza, un’influenza più forte di quelle stagionali, ma sempre di un’influenza si trattava, e che non bisognava cambiare gli stili di vita, ma bisognava adottare misure precauzionali che andavano spiegate con intelligenza ai cittadini e alle famiglie. Si è voluto invece fare il copia e incolla della Cina, creare un clima di panico, far vedere che il governo era in stato di allerta e di emergenza permanente, l’immagine di Conte in televisione h24 col pullover voleva dare forza a questa rappresentazione; in realtà si è creato solo panico, una forte destabilizzazione economica del Paese, producendo effetti negativi sull’economia reale, e soprattutto si è gestita male un’emergenza che invece poteva essere gestita con molto più buon senso. Ripeto, a volte più che tante retoriche ideologiche basterebbe utilizzare il sano buon senso e le cose prenderebbero una piega sicuramente migliore.

L’Italia, fino a prova contraria, è uno Stato laico e non ateo. Eppure certe prese di posizione dell’autorità pubblica, avallate o subite da quella ecclesiastica, riguardo alle misure di prevenzione della diffusione del contagio da corona-virus sembrano francamente emanate da entità prive del benché minimo senso religioso in senso cristiano, nel senso cioè di quel personalismo cristiano che anima la nostra italiana Costituzione, non trovi? E perché poi, e meno male, la marcia indietro? Solo ignoranza religiosa? Il capo del governo non è espressione di “quelli che l’eucarestia è un grillo essiccato”?

Credo che la scelta fatta da parte di alcune diocesi o da parte di alcune conferenze episcopali regionali di adottare il protocollo di prevenzione figlio delle deliberazioni di presidenti di regione, che hanno seguito e adottato le misure previste dal ministro della salute e dal governo italiano, sia stata una scelta incauta. Lo dimostra il passo indietro che è stato fatto da alcuni vescovi, le dichiarazioni importanti che abbiamo sentito – penso ad esempio a quello dell’arcivescovo di Torino mons. Nosiglia – dove appunto si è voluto chiarire, come ieri ha fatto Andrea Riccardi puntualmente, il fatto che è stata una scelta avventata. Credo che forse la fretta di volersi adeguare da parte di diverse diocesi e di diverse conferenze episcopali regionali delle zone colpite dall’emergenza sanitaria del corona-virus abbia portato in errore alcuni vescovi che hanno voluto adottare in maniera totale quelle che erano le indicazioni del protocollo di prevenzione adottato dalle Regioni e dallo Stato. La Chiesa, ricordo a tutti, è un Ente che fa parte della vita pubblica e quando prende decisioni che riguardano la dimensione della vita civile come tale va guardato, osservato e se necessario criticato, con rispetto essendo noi politici cattolici. È chiaro che questa scelta era una scelta che, in un momento di grosso disagio, di grosso disorientamento, andava presa con maggiore attenzione; nei momenti storici di maggior disagio, di maggior difficoltà della nostra società molto importante è sempre stata la presenza pubblica e la visibilità pubblica della fede, che ha dato conforto, che ha dato rassicurazione, che ha dato speranza a un popolo che attraversava un momento difficile. Il fatto di, durante il Mercoledì delle Ceneri – faccio il caso specifico – trovarsi in città non contingentate come zona rossa dove non c’erano le celebrazioni eucaristiche ma i centri commerciali erano aperti, i cinema aperti, bar e ristoranti aperti, ha sicuramente destato grande sgomento e ha sicuramente destato grande dispiacere in tanta parte di mondo religioso e non, laico e non. L’osservazione che ho fatto, di contrarietà a questa scelta, era nel merito di una scelta da istituzione pubblica e civile, che la Chiesa ha adottato, e che credo sia stata una scelta non opportuna e non corretta perché, appunto, come ha dimostrato poi il passo indietro di alcune diocesi che hanno poi previsto per lo scorso fine settimana le funzioni religiose aperte, con attenzioni e precauzioni giuste e corrette che condivido pienamente, conferma che forse è stata una scelta avventata. Credo che ogni tanto dovremmo stare attenti quando anche a livello politico vogliamo essere o troppo confessionali o troppo preoccupati dal non disturbare certe scelte che vengono adottate o prese; bisogna avere il coraggio di argomentare le posizioni sapendo che, secondo la lezione di De Gasperi, un cattolico che è impegnato nella vita pubblica è sì un servo di Dio ma anche un servitore dello Stato, e ha il compito e il dovere primario di spiegare le ragioni del perché certe scelte possono destare nel popolo, anche nel popolo che vive la dimensione religiosa, un elemento di disagio, e su quello argomentare non sul piano religioso, ma sul piano della vita pubblica, della vita civile e politica. Sicuramente non ci potevamo aspettare, come dici tu, da un Giuseppe Conte, che è la raffigurazione al potere del M5S, un’attenzione su questo aspetto; ce lo potevamo e ce lo dovevamo aspettare invece da quelle realtà politiche che da più tempo si ergono a rappresentanti delle istanze anche del mondo cattolico e che prendono molti voti dal mondo cattolico. Mi fa piacere che la voce di Andrea Riccardi si sia alzata in tal senso.

Stato e Chiesa: il concordato col Duce non vide don Luigi Sturzo favorevole; dissenziente, obbedì e andò in esilio negli Usa. Adesso Sturzo è beato, e abbiamo anche sentito papa Ratzinger dare ragione a De Gasperi nella disputa con Pio XII sulle elezioni romane... insomma, pare che a volte la gerarchia ecclesiastica non sia del tutto decifrabile. Eppure un cattolico, anche se politico, anche se “adulto”, non può fare a meno dei suoi pastori. Come si fa? Dov’è il confine tra clericalismo e autonomia? Tra laicismo e riconoscimento del “potere delle chiavi” di papa e vescovi? Non è, come afferma il beato Giorgio La Pira nel suo libro Per un’architettura cristiana dello Stato, intrinseco nel nostro dettato costituzionale - con quel fondare tutto sul lavoro (Eluana Englaro lavorava?), con quel tralasciare un po^ troppo la dimensione trascendente anche nel pubblico - il rischio, quantomeno il rischio, di una deriva laicista, frutto del resto del compromesso costituente e costituzionale con le forze e le ideologie atee e materialiste covincitrici della II guerra mondiale? La nostra Costituzione è migliorabile in senso meno equivoco?

Credo che invece bisognerebbe abbracciare la Costituzione. Bisognerebbe abbracciarla e applicarla, perché la Costituzione è figlia della realizzazione più alta e nobile del concetto di compromesso, cioè del mettere insieme le migliori tradizioni politiche, a volte anche divergenti sul piano ideologico, per un fine comune che era quello del riconoscimento del primato della persona e della famiglia nella Costituzione come fondamento della nostra società comune. Credo che questo dovrebbe essere il punto, e proprio nell’applicazione della Costituzione credo che i due esempi che hai portato ci sono di sostegno per quello che nel mio piccolo ho cercato di fare per primo rispetto alla questione della sospensione delle liturgie religiose durante il periodo breve grazie a Dio in tante parti dell’applicazione del protocollo di sicurezza sanitaria nell’emergenza del corona-virus. Credo che don Sturzo quando si è opposto al Concordato del ‘29 con forza, la lezione di De Gasperi, che non ha ceduto alle pressioni in particolar modo dell’Azione cattolica di alleanze con gli ex fascisti sulle elezioni romane che vedevano il rischio forte dell’avvento di un sindaco comunista, che ha portato poi al diniego dell’udienza pontificia di De Gasperi con la famiglia, uno degli elementi di maggior dolore nella conclusione del percorso politico di De Gasperi in Italia, credo che questi esempi confermino quanto sia vera quella frase che dicevo prima “siamo servi di Dio, ma anche servitori dello Stato”, nel momento in cui da laici cattolici ci prendiamo responsabilità politiche di vita pubblica. Credo che sia fondamentale aggrapparsi alla Costituzione e aggrapparsi ad un’applicazione sana e intelligente di quello che io chiamo principio di laicità. È fondamentale oggi argomentare su queste posizioni, capendo che la Chiesa, per noi che siamo cattolici, è la casa che viviamo e dove viviamo la nostra dimensione di fede e quindi i nostri pastori sono nostri padri con i quali ci confrontiamo, ci abbracciamo, ci stringiamo, discutiamo come un figlio fa col padre, ma nel momento in cui la Chiesa è anche istituzione civile al pari di tante altre nobili istituzioni della Repubblica italiana è chiaro che noi ci confrontiamo nel momento in cui scegliamo di vivere la dimensione dell’impegno politico e della vita pubblica come servitori dello Stato e quindi dobbiamo tutelare gli interessi della comunità che rappresentiamo secondo quella che è una logica di laicità autentica. Nel momento in cui le Diocesi, la Chiesa, secondo le sue dimensioni istituzionali pubbliche, adotta e sceglie di adottare volontariamente, come avviene secondo il Concordato - naturalmente lo Stato può intervenire in maniera d’imperio solo in caso d’emergenza sanitaria come in alcuni casi giustamente è possibile ed è stato fatto - nel caso in cui si sceglie di adottare delle misure, delle disposizioni secondo cui appunto si sospendono alcune attività della vita diocesana, della vita parrocchiale, è chiaro che si può, anzi dico io si deve, entrare nel merito ed esprimere una posizione politica corretta, non per dare lezioni o per dire ai preti e ai vescovi cosa devono fare – da cattolico non mi permetterei mai – ma per argomentare il perché, commentandolo, quella scelta è corretta o non è corretta. Secondo me, secondo tanti altri – mi fa piacere che anche espressioni del clero italiano si siano fatte sentire con forza – la scelta di alcune diocesi di adottare immediatamente il protocollo di prevenzione e sicurezza sull’emergenza corona-virus bloccando le attività liturgiche, le attività pastorali per poi dopo fare un passo indietro riaprendole e smentendo le posizioni adottate è stato un profondo autogol che poteva essere evitato cercando di ascoltare maggiormente i medici competenti in materia, cercando di far sì che ci fossero misure di precauzione sane e intelligenti, ma che non venissero sospese le liturgie che sono fonte di rasserenamento anche della comunità del popolo, essendo la fede un forte elemento di speranza e di fiducia in un tempo difficile come questo ce n’è un bisogno disperato, ma soprattutto la critica che è stata mossa è stata mossa sul piano della scelta istituzionale presa dalle diocesi e non sul piano ovviamente di una scelta pastorale che non ci compete. Come ho detto, nel momento in cui un vescovo alza la cornetta, mi telefona e mi dice “Mirko, stai facendo del male alla Chiesa con queste dichiarazioni pubbliche che fai, sarei stato il primo a dire “chiedo venia, rimango della mia convinzione, ma non mi esprimerò più su questa materia perché non voglio e non ho nessuna intenzione di far del male alla comunità di cui sono figlio e di cui faccio parte”. Nel momento in cui mi sono confrontato con tanti sacerdoti, con alcuni amici vescovi e ho notato che hanno compreso il senso autentico della mia critica abbracciata da tanti grazie a Dio nei giorni seguenti, laici e religiosi, credo che invece sia stato un bene aprire questo dibattito perché ha dato l’opportunità di poter confrontarsi all’interno del mondo cristiano sul ruolo pubblico della fede, che oggi più che mai è necessario; il ripiegarsi sempre più costante, sempre più forte ad una dimensione privata della fede è un problema che porterà gravi e importanti danni anche nella vita pubblica, perché sempre di più il primato e la tutela di questo primato della persona, della vita e della famiglia, che sono il cardine della dottrina sociale della Chiesa, con una fede ridotta ad espressione di vita privata, non troverà più spazio e l’egoismo dei desideri trasformati in diritti, che vediamo sempre più emergere nel dibattito pubblico e politico, troverà sempre più spazio al posto invece di questi valori estremamente importanti che andrebbero rafforzati e andrebbero rafforzati con una maggiore presenza pubblica della vita di fede.

Vorrei aggiungere un’ultima cosa, non di poca importanza. Lo diceva sempre Aldo Moro, le istituzioni vanno incarnate e il dovere primario di un politico che si rifà ad una vita laicamente vissuta e ispirata cristianamente nelle istituzioni è il dovere di incarnarle, e per incarnarle bisogna, prima di tutto – e questo è fondamentale – cercare di entrare nel merito delle questioni e di giudicarle secondo un sano spirito critico, costruttivo e di promozione del massimo bene di tutti. Nel nostro caso, quelle misure di prevenzione non rappresentavano il massimo bene di tutti, e la sospensione delle liturgie rappresentava una riduzione dello spazio pubblico della religione e un elemento di destabilizzazione che avrebbe creato elementi di disagio in tante persone, e quindi il bene comune sarebbe stato ferito.

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Martedì 3 marzo 2020

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