Toniolo: economia a misura d'uomo

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Toniolo: economia a misura d'uomo

Gli elementi etici, ideali, sentimentali dell'uomo sono fattori intrinseci delle leggi economiche

di Davide Gionco

Giuseppe Toniolo, economista e beato
Giuseppe Toniolo, economista e beato

Condividiamo la Prelazione di Giuseppe Toniolo esposta dall’autore presso l’Università di Padova il 5 dicembre 1873, intitolata “Dell’Elemento etico quale fattore intrinseco delle leggi economiche”

Giuseppe Toniolo ci ricorda espressamente che “Non esiste nessuna attività umana senza una profonda dimensione etica e antropologica, perché altrimenti la civiltà implode e si rivolta contro l’uomo».

Si tratta a nostro avviso di un testo di estrema attualità, dopo 10 anni di profonda crisi economica che ha colpito l’Italia, a causa dell’attuazione di politiche economiche che non hanno messo al centro l'uomo, ma unicamente gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari.

Il testo è piuttosto lungo, seguendo tempistiche e modi di comunicazione tipici del XIX secolo, ma offre una chiave di lettura assolutamente moderna sull’economia, in cui l’uomo non è un individuo egoista, ma è un essere sociale, parte di una famiglia, di una rete di relazioni, di un territorio, di un popolo, di una nazione e dell’intera comunità umana, essendo cosciente di appartenere a tutto questo.
L’uomo non è un essere votato alla competitività, valore fondamentale del Trattato di Lisbona, che regola l’attuale funzionamento delle istituzioni europee, ma è un essere votato alla collaborazione con gli altri membri della propria comunità e votato a lasciare i frutti del proprio lavoro in eredità alla società futura.

Le leggi dell’economia sono di origine esclusivamente umana. Esistono evidentemente degli aspetti matematici di contabilità, ma non possono e non devono prescindere dal fatto che i numeri utilizzati non sono “parametri economici”, ma sono la vita di molte persone.

Una economia non a misura d’uomo, uccide. Una economia a misura d’uomo, fa vivere.

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 Chi si accinga ad investigare negli scrittori di economia politica, dagli esordi della scienza fino a noi, l’argomento dei moventi dell’attività umana e quindi il principio dinamico nel meccanismo della società economica, agevolmente rileva come tutti si accordino a riconoscere quest’ultimo nell’interesse personale.

L’idea non cadeva certo lungi dal vero. L’interesse personale esercita una grande funzione nel magistero della vita individuale e collettiva tutta intera: in armonia con una delle supreme leggi fisiche dell’universo esso rappresenta la forza di gravità del mondo morale; del quale anzi non solo è condizione e mezzo di equilibrio, ma ancora uno degli elementi e fattori di progresso; non solo principio di conservazione, ma ancora di incessante rinnovamento.

Ma da questo concetto che fa dell’interesse individuale uno degli impulsi massimi dell’umana operosità, all’affermarlo unico motore, era facile il passo; e la linea fu inavvertitamente trascorsa da tutti o pressoché tutti gli economisti, i quali posero in quello il fondamento esclusivo della vita economica, ed eressero sul medesimo, intero l’edifizio della scienza.

Questo concetto già dominante in Adamo Smith, che ne fece il cardine delle sue ricerche intorno alle cause della ricchezza delle nazioni, espresso poi in modo più accentuato e crudo da Ricardo, divenne per non interrotta serie di scrittori, uno dei caratteri più spiccati della storia economica d’Inghilterra. Di là trapassando sul continente, e giovandosi quivi dell’addentellato che gli offrivano i canoni economici della fisiocrazia, del suffragio delle dottrine filosofiche e politiche, che erano il portato della Rivoluzione francese, in mezzo a una società soprattutto avida di libertà personale e di mezzi materiali con cui soddisfare alle cresciute idee e bisogni, questo supposto trovò numerosi divulgatori e facile accoglienza in tutta Europa ed esercitò un impero, se non sempre esclusivo ed assoluto, certo prevalente nel dominio della scienza ed in buona parte anche in quello dei fatti.

Così s’ebbe un sistema compiuto di dottrine economiche, le quali, poggiando sopra una difettiva analisi della natura umana, ripose nell’utile privato l’unico movente, la norma e la sanzione dell’umano operare, la chiave di tutti i fatti economici che, presupponendo troppo facilmente l’armonia spontanea del privato interesse col pubblico, mirò soltanto ad esaltare in massimo grado l’attività dell’individuo ed accolse come unico canone di politica economica l’astensione (laissez faire, laissez passer); che prendendo a guida il freddo calcolo, illuminato bensì dall’intelligenza, ma segregato dai più nobili impulsi del cuore, disegnò matematicamente la parte esteriore e meccanica dei fenomeni, trascurando la parte intima e morale; e che infine per quella azione e reazione reciproca, che massimamente ai nostri tempi intercede tra la scienza e la pratica della vita, fu sospetta (non sempre a torto) di aver favoreggiate certe tendenze del secolo all’egoismo ed al materialismo, già troppo manifeste, e contribuito così ad inasprire più che a temperare il grave conflitto d’interessi, che insidia sventuratamente al moderno incivilimento.

Tal è il carattere (a mio avviso e per giudizio di molti), tale l’indirizzo prevalente della scienza economica fino presso a noi, la cui disproporzione colla realtà delle cose e coi bisogni normali della natura umana e la cui inefficacia terapeutica sopra i più gravi mali economici dell’odierno periodo storico, dovevano fare avvertiti di un qualche errore metodico nella costruzione scientifica, richiamando l’attenzione ad un più esatto apprezzamento del vero.

Una spregiudicata analisi della natura complessa dell’uomo addita infatti in lui, accanto al principio dell’utile ancora quello del buono, figlio dello spontaneo riconoscimento di una legge morale imperante, che ingenera la coscienza del dovere : la quale poi alleandosi con altri più generosi affetti del cuore umano, si traduce in altrettante tendenze della nostra natura immateriale, che sovrastano per eccellenza a quelle del piacere e dell’utile personale, ne temperano le esigenze e talora vi impongono assolutamente il silenzio. Io accenno qui in via dimostrativa: lo spirito religioso, che proponendo un fine superiore all’attività dell’uomo ne informa e colora tutte le manifestazioni e niuna si sottrae ai suoi influssi; inoltre il sentimento dell’onesto e dell’equo che da quello promana; il culto del vero e del bello, che con questo ha comune fondamento; l’abito della temperanza, la virtù del sacrificio, ecc. ; sentimenti tutti che hanno origine e lume specialmente da rapporti d’ordine superiore.

A questi si annodano: la coscienza della propria dignità morale, l’amore d’indipendenza e libertà personale, l’amor della gloria, impulsi che nell’individuo sopravanzano spesso quelli dell’interesse materiale.

In fine l’affetto di famiglia, l’amore di patria, il sentimento di nazionalità, quello della fratellanza universale e la benevolenza, la liberalità, la compassione e tutti i molteplici impulsi per cui si alimenta e si effonde tra gli umani il bisogno nobilissimo della socialità.

Questi ed altri sentimenti, i quali collo spirito di interesse personale hanno una medesima radice nell’animo nostro, siccome influiscono necessariamente sull’intera operosità dell’uomo, così si ripercuotono sopra ogni fatto economico sociale, il quale pertanto deve considerarsi come la risultante di un fascio di forze componenti, nel cui conserto l’utile personale agisce sotto l’influenza modificatrice di tutte le altre cause impulsive; dall’azione delle quali non si sottrae che per un pervertimento della coscienza, senza togliere anzi che esso medesimo rimanga talora da queste sopraffatto e reso mancipio.

Così ad illustrare questo concetto con qualche esempio meglio che con lunghi ragionamenti, memore del detto di Seneca: longum iter per praecepta, breve et efficax per exempla, ricorderò come non fossero motivi d’interesse egoista quelli per cui nell’evo medio, allorché maggiormente difettavano gli accorgimenti dell’arte agricola e il presidio dei capitali, le corporazioni religiose imprendevano a dissodare vastissime lande o a risanare mefitiche paludi, ove il sacrificio spesso inevitabile del pertinace lavoratore dovea fruttare la vita e la ricchezza di molte generazioni; nè quelli per cui nel silenzio del chiostro mantenevansi vive con la fiaccola della scienza le tradizioni della arti, preparando il risorgimento di una nuova civiltà industriale; nè quando, nella ignoranza di sapienti calcoli statistici, stringevansi, in nome della religione, vincoli a mutuo sollievo e conforto delle classi artigiane destinate a durare, unica reliquia dello spirito d’associazione in tempi di generale decadimento.

Ma per non ridire cose già troppo note e che potrebbero in parte trarre pregio dalle imperfette condizioni di civiltà d’altri tempi, io domando solamente se lo spirito di una religione che il lavoro santifica come argomento di espiazione e di perfezione morale; che nei ricchi rafferma con severe sanzioni la coscienza di un’altissima responsabilità; e nei poveri istilla una rassegnazione che non avvilisce ma ritempra; e la ricchezza purifica quale strumento di civiltà e mezzo a più sublimi aspirazioni; io chiedo, ripeto, se tale educazione rinnovatrice possa rimanere inefficace sopra un solo fatto economico dell’individuo e delle nazioni e non debba piuttosto promuovere l’ordinata operosità produttiva, mantenere la rettitudine del giudizio nell’apprezzamento delle cose e dei servigi, sedere benevola consigliera nelle transazioni fra capitalisti ed operai, equa dispensatrice dei beni e dei consumi.

Della quale influenza del principio religioso sull’economia dei popoli, attestata nei benefici suoi risultamenti dalla storia della civiltà europea, possono aversi a riscontro altre prove, nello stato economico e sociale di alcuni paesi asiatici, dell’India sopra ogni altro, condannata a perpetua immobilità del pensiero e del braccio dai dogmi del buddhismo, che al di sopra delle virtù efficaci ed attive santifica l’ozio contemplativo e l’inabissarsi nel mare dell’essere; ed ancora con opposte risultanze può riconoscersi in certi momenti storici, che si incontrano non pur tra le genti moderne, ma in tutti i tempi e in tutte le nazioni ma che si contrassegnano per un indebolimento dello spirito religioso e del culto d’ogni idea morale, nei quali, prendendo sbrigliato dominio l’interesse materiale ed egoista, si pronuncia quello stato morboso che taluno oggi esprime con nome di industrialismo e che J.S.Mill, riferendolo agli Stati Uniti americani, definisce: la società alla caccia dei dollari, ed in cui effettivamente l’accumularsi vertiginoso delle ricchezze s’accompagna col diffondersi del pauperismo e colla minaccia d’ogni ordine sociale.

Se da questi rapidi cenni intorno ad un tema oggi rinnovellato (e mi richiamo alle belle pagine del Minghetti e ad alcuni recenti scritti del Contzen, professore di economia politica ad Aquisgrana), io trascorro all’analisi di quell’altro sentimento che dal religioso riceve di preferenza luce e decoro, io credo che nessuno più efficacemente concorra ad alimentare le leggi economiche, quanto la coscienza della propria dignità morale.

In ogni società costituita in modo che a tutti sia aperto e facile l’accesso ai gradi superiori della gerarchia sociale, meglio che la lusinga di più larghi godimenti materiali, è questo sentimento della propria dignità, che nei popoli più inciviliti governa massimamente l’acquisto e l’uso delle ricchezze, e che fa sempre più considerare queste ultime un semplice mezzo per ascendere a quello stato superiore cui la pubblica coscienza annette l’idea di una maggiore estimazione, o per affrancarsi dalle servili necessità giornaliere e volgersi in maggior misura a ciò che più nobilita l’uomo, come l’acquisto del sapere, il culto delle arti, l’esercizio della beneficienza, l’amministrazione della pubblica cosa.

Tanto è ciò vero che ogniqualvolta la ricchezza fu reputata ostacolo, piuttosto che mezzo alla elevazione morale dell’individuo, od occasione almeno a scemarne il decoro, sempre e dovunque a questo sentimento di dignità, più o meno rettamente inteso, l’uomo si dimostrò pronto ad immolare una parte dei propri averi, fino al punto di ritenere vituperevole l’esercizio stesso delle industrie.

Così per un concetto eccessivo della dignità del cittadino e dell’altezza dei suoi uffici verso lo Stato, i greci stimavano disonorante ogni professione stipendiata, comprese quelle del medico e del docente, spregevole e sordida ogni arte materiale e di traffico; pregiudizio che esteso ben oltre i confini della Grecia, è in buona parte la chiave della vita economica dell’antichità Classica, e che ispirava a Cicerone l’orgogliosa intimazione ai suoi cittadini: nolo eundem populum imperatorem et portitorem esse terrarum . Così l’illusione di partecipare allo splendore che nei giorni della massima potenza circondava il trono e la nobiltà di Castiglia, contribuì ad ingrossare fra gli iberici, oltre ogni misura che la storia ricordi, la schiera dei cortigiani, dei curiali e degli addetti ad ogni maniera di servigi personali, disertando in mano agli stranieri le industrie ed i commerci: fatto che, unitamente agli altri ben noti, precipitò il decadimento economico e civile della Spagna. Egualmente l’idea di una maggiore indipendenza ed estimazione personale, che le leggi ed i sistemi politici di altri tempi annettevano al possesso fondiario, ritardò lungamente l’accrescimento della ricchezza mobile in gran parte di Europa, e con essa i miglioramenti economici e sociali delle moltitudini. Ed oggi stesso in condizioni tanto diverse di idee, di educazione, di civiltà, per un sentimento di decoro il capitalista preferisce spesso ai lauti e sicuri guadagni della vendita al minuto, quelli più aleatori e talora meno profittevoli del commercio all’ingrosso; in ossequio di una certa autonomia individuale il lavoratore rinuncia sovente l’offerta di più largo e regolare salario nella prossima grande fabbrica, per rimanere fino all’ultimo il modesto capo e padrone della propria officina; né sempre interamente per calcolo d’interesse il proprietario e l’imprenditore agricolo d’Inghilterra consacrano ogni anno un forte capitale agli assaggi e alle esperienze di meccanica e chimica agraria, bensì ancora per spirito di scienza e per la gloria di anticipare all’intero paese e forse a tutto il mondo i risultati dei loro dispendiosi ed arditi esperimenti.

E già ogni atto dell’uomo che torni ad onore di lui fu sempre universalmente reputato compenso a sé medesimo, per cui quanto maggiore riesce questa mercede morale, tanto minore caeteris paribus è la mercede materiale; ciò che si verifica in modo speciale nella rimunerazione delle professioni liberali, e che dimostra irrefrenabilmente come ragioni puramente etiche entrino per buona parte negli intenti ultimi e quindi negli impulsi dell’attività economica e siano pertanto uno dei fattori intrinseci di queste leggi.

La socievolezza è pure fra i bisogni più connaturati, efficaci e diffusivi dell’uomo: essa si concreta dapprima nella famiglia e nello stato, si riflette nell’amore di patria, si solleva allo spirito di nazionalità, si allarga a quello della solidarietà universale ed alleandosi coi sentimenti di benevolenza, liberalità ed abnegazione e nutrendosi del culto delle tradizioni e della coscienza dei destini sociali, si esplica con sempre nuove forme e movenze e si spiritualizza in una crescente comunione di idee, di affetti e di aspirazioni.

Questo sentimento reagendo a quello dell’egoismo, ha per ufficio di trarre l’uomo fuori di sé e farlo vivere, per così esprimermi, nei propri simili. Ed invero: dal momento che l’uomo fonda una famiglia, la ragione della sua esistenza non finisce più con se stesso, ma continua nei figli; i suoi scopi personali si subordinano a quelli di altri enti, sopra dei quali estendesi la sua responsabilità e così da quell’istante non più il sentimento dell’utile personale impera in lui solitario, ma quello pure del bene altrui siede moderatore delle sue azioni. Ciò che vale per i vincoli morali della famiglia si ripete per tutte le altre forme delle umane associazioni, per cui l’uomo coordina via via la sua esistenza ai fini dell’intera umanità, ond’è che l’efficacia di questo bisogno della socievolezza si può dire confondersi con tutto il processo dell’incivilimento. Del qual tema vastissimo per non toccare che alcuni aspetti più propriamente economici, richiamerò come l’energia del lavoro, la virtù dei risparmi, non solo, ma ancora l’idea di quelle grandi imprese, specialmente di migliorie del suolo, le quali eccedono la durata della vita dell’individuo e si compiono soltanto a beneficio delle generazioni venture, e l’ardimento e la perseveranza nell’effettuarle, ripetono sopratutto l’impulso dagli affetti di famiglia, dal desiderio di sollevarla in istato, di crescerne il decoro e non già dai calcoli di un gretto interesse personale. Così pure la distribuzione dei beni e la divisione del suolo, all’infuori di ogni azione legislativa politica e di circostanze naturali, riflette ancora in buona parte i sentimenti, le opinioni, i pregiudizi della vita intima della famiglia, la reverenza verso l’autorità del padre e l’armonia fraterna, che mantengono indivisi i possessi e lo spirito di emancipazione, che reclama anzitempo la sua parte sull’asse comune, l’equità o la predilezione verso i figli, la morigeratezza e il dissipamento.

Lo spirito di famiglia, del resto, è così efficace nell’economia delle nazioni, che uscendo dalla cerchia della convivenza domestica, vivifica e mantiene tutte le istituzioni sociali che vi si informano.

L’industria per tanti secoli visse e si nutrì delle virtù e tradizioni domestiche ed oggi stesso, a spiegare la progressiva disparizione delle piccole industrie, non bastano le mutate condizioni tecniche ed economiche della produzione, senza concedere buona parte al rilassamento dello spirito di famiglia fra i membri della stessa e nei rapporti fra il capomestiere, i compagni e gli apprendisti: di che ne fanno fede Reybaud, Roscher, e Schmoller e quanti scrissero sulle vicende delle piccole industrie. Che se oggi in Germania queste valgono a sostenersi più a lungo contro le grandi, ciò deve attribuirsi in buona parte alla vita domestica che ivi più che altrove si mantiene rigogliosa e tenace; e se esse, come aspirano, riusciranno per una laboriosa trasformazione a ricostituirsi e durare, sarà questa una vittoria dovuta in gran parte allo spirito di famiglia e di personale indipendenza, contro l’utile economico indissolubilmente collegato con le grandi fabbriche.

E lo spirito di famiglia non già alcun singolare congegno, è la mano misteriosa che dirige e feconda il meccanismo delle banche scozzesi; è il soffio che moltiplica e prospera le banche popolari di Germania e d’Italia, come lo dimostrarono il Wolowski per le prime, lo Sschulze-Deltzsch ed il Luzzatti per le seconde; e come lo confermano le dolorose esperienze di alcune poche fra quelle, che inconsultamente si dipartirono da quel cammino. E sopra di esso e sulle virtù che alimenta, d’ordine, di concordia e di temperanza, si sostenta tutta intera l’industria svizzera, e guai a questa, se porgendo ascolto ai fallaci consigli di un malinteso interesse, si allontanasse per poco da quelle tradizioni; l’industria elvetica, cresciuta per virtù di sacrifizi e di perseveranza in condizioni naturali sfavorevolissime e circondata da rivali più forti e potenti, sarebbe inesorabilmente ruinata. Io non dirò ancora quanti fenomeni economici, inesplicabili alla ragione delle cifre, traggano lume e giustificazione dall’amore della patria: lo sminuzzamento del suolo nelle regioni montane, la riduzione a coltura dei più sterili e inospiti greppi, la migrazione temporanea dei lavoratori e dei capitali all’estero, e quel grande fatto storico ed economico di tutti i popoli trafficanti, dai Lombardi nell’evo medio agli Olandesi agli odierni Britanni, concordi nel riversare, profondere e accumulare i pingui lucri delle industrie e dei commerci mondiale sul suolo natale, e nell’ammendarlo, rinnovarlo, ricostruirlo con pazienza, pertinacia, prodigalità, eccedenti tutti i calcoli di una economia utilitaria, e pari soltanto all’immensa carità di patria.

Dimostrare poi come il sentimento di nazionalità governi gli interessi puramente materiali sarebbe ripetere la storia intera delle industrie e dei commerci fra i popoli; storia di nobili conati, di emulazioni e di pacifiche vittorie, ma ancora di gelosie, di odi e di prepotenze, le quali affermano come lo spirito di nazionalità sempre s’intrecci e talora s’imponga e tiranneggi la fredda ragione degl’interessi materiali; sarebbe riprodurre i dettami forse eccessivi ma certo fecondi di una grande scuola di economisti, che nello spirito nazionale ripongono il cardine della vita economica di ciascun popolo.

Né alcuno penserà certamente che il libero commercio tra le nazioni, il quale effettua sotto novella forma il sentimento della solidarietà universale, sia il trionfo esclusivo di un illuminato interesse economico. No: il libero cambio era di gran lunga preparato da questo sentimento ingenito di fratellanza umana, promosso dalle dottrine filosofiche di certe scuole umanitarie e dalle vicende politiche e sociali del secolo scorso, vinto finalmente nel campo di una scienza economica, filantropica, poetica, che ebbe in Bastiat la sua più simpatica espressione, prima assai che gli economisti positivi e gli uomini d’affari si accordassero sulla base delle cifre, intorno alla sua utilità e convenienza. Anzi furono quelle ragioni che in più circostanze diedero il tracollo alla bilancia e scrissero il libero scambio nei trattati internazionali; tanto è vero che oggi uomini di fede nei principi ma ancora di pratici accorgimenti, sono chiamati a correggere le improntitudini di una politica di sentimento, facile a prevalere tra popoli giovani e devoti al culto delle idee.

E così continuando questa rassegna di fatti, si potrebbe analiticamente dimostrare che non v’ha fenomeno economico il quale non venga in qualche misura affetto dalle opinioni e pregiudizi e sentimenti e passioni, che intessono la vita dell’intelletto e del cuore umano. Specialmente poi in quella parte d’economia che prende il nome di Distribuzione e Consumo dei Beni, quei fattori più propriamente psicologici tengono decisamente il campo, sì che tal volta lasciano scorgere a mala pena l’azione di quell’altro sentimento più istintivo che è l’interesse personale. Ciò s’incontra in massimo grado nell’argomento delle mercedi, nel quale gli elementi che si trovano in azione sotto l’influenza della domanda e dell’offerta non sono già, come spesso sembrarono credere molti economisti, altrettante cifre che il matematico trapassa a suo bell’agio dall’una all’altra colonna sulla lavagna; né i pezzi che il giocatore fa manovrare sui quadri della scacchiera; né tampoco i battaglioni che la disciplina militare trasporta dall’uno all’altro estremo del campo; ma esseri umani attaccati al loro posto nel mondo per mezzo di tutti i vincoli del sangue, del cuore, della lingua, della razza, delle abitudini, della educazione, i quali pertanto, prima di rinvenire la mercede che la libera concorrenza a ciascuno prepara e il sentimento d’interesse loro addita, devono infrangere questi legami, effettuare una rivoluzione sempre dolorosa, spesso impossibile, e che frattanto sconvolge tutti i calcoli e le previsioni del tornaconto materiale.

Da qui discende che tutta l’economia pubblica, ma in essa specialmente la ripartizione delle ricchezze, non può studiarsi utilmente che in rapporto con la storia dei progressi dello spirito umano o altrimenti della civiltà.

Né può essere diversamente: è questa una conseguenza necessaria della natura della vita sociale, complessa nei suoi elementi, una nel suo risultato, cosicché questo partecipa dell’indole di tutte le sue cause efficienti e vi partecipa in proporzione dell’importanza relativa di ciascheduna di esse, fra cui certamente le cause psicologiche hanno il vanto, anzi in questo predominio dell’uomo sulla natura esteriore, dello spirito sulla materia, si estrinseca e consta tutto intero l’incivilimento, il quale pertanto, come diceva Romagnosi, è immediatamente l’opera dell’uomo. Tutto ciò si applica per sua parte anche ai fenomeni economici, che sono nulla più che una delle manifestazioni dell’incivilimento stesso; e che perciò, nel conserto di tutte le altre influenze esteriori di suolo, di posizione, di clima, ecc... riflettono di preferenza l’energia dell’uomo, lo svolgimento e l’uso delle sue facoltà.

Per quanto dunque si voglia concedere a una recente scuola positivista capitanata da Buckle, relativamente alle influenze cosmico-telluriche sul carattere, estensione ed indirizzo del pensiero e dell’operosità dei popoli, resta pur fermo che nell’ordine naturale, l’uomo è la causa efficiente prima e massima delle leggi sociali ed economiche. E perciò l’uomo consociato produttore, distributore, consumatore della ricchezza è l’oggetto proprio dell’economia politica; la quale deve poggiare massimamente sulla cognizione di fatto della natura di lui, considerandolo nella sua essenza, nelle sue varietà e nel grado di civiltà cui è pervenuto, ed assumendolo col suo sentimento d’interesse personale, ma anche con quello del disinteresse e con gli altri più eccellenti, e ancora con tutte le sue inseparabili imperfezioni, così come vive nella società, ove preso in massa, non apparisce né interamente un egoista, né interamente un eroe: infatti l’uomo tutto intero con ogni suo elemento morale, nessuno escluso, conforme all’espressione di Terenzio: homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Né intendo per questo menomare l’importanza relativa dell’interesse personale nel novero degli altri sentimenti che influiscono sul processo della vita civile. Io lo ripeto a scanso di equivoci: esso rimane pur sempre il centro di gravità della statistica sociale, la molla maestra dell’attività generale; guai anzi se questa molla venga ad allentarsi soverchiamente; allora si hanno quei periodi storici pallidi, inonorati, ove tutto spira apatia, sterilità, dissolvimento, e che sono più tardi scontati a prezzo di tremende convulsioni sociali.

Ma tutto ciò non vuol dire ancora che l’utilità individuale sia l’unico principio dinamico della vita collettiva: e l’affermarlo e il ricercare in esso solamente la spiegazione di tutti i fenomeni economici, è errore filosofico, errore di fatto, errore di metodo.

Senza questa veduta più larga dei movimenti dell’attività sociale, non si comprendono a pieno (e potrebbesi dimostrarlo con dovizia di fatti e ragioni) alcuni fra i più rilevanti periodi della storia economica di tutte le nazioni: per esempio delle repubbliche industriali italiane all’evo medio, della rivoluzione francese e d’ogni altra, fatta in nome di una nuova idea, in cui il nobile orgoglio di una classe sociale cresciuta rapidamente ad insperata dignità e importanza, la coscienza di una grande missione civile da compiere, il fascino di un principio novello da propagare, l’entusiasmo di un generale rinnovamento, compensarono ad usura l’assenza prolungata e spesso assoluta d’ogni ordine e sicurezza dell’avvenire, indispensabili d’ordinario ed al freddo calcolo degli interessi ed alla continuazione d’ogni attività produttiva, la quale invece prese da quello stato eccezionale occasione ed impulso ad avanzamenti meravigliosi e duraturi. Né s’intenderà mai a dovere la vita economica di alcuni paesi e popolazioni, in ispecie dell’Elvezia, dei Fiamminghi e degli Scozzesi, il cui substrato è un robusto tessuto di abitudini familiari e di tenacissime costumanze e tradizioni nazionali, le quali imponendosi alla spontanea operosità dei presenti, sono una forma con cui il sentimento umano della socievolezza stringe ed insolida virtualmente i passati cogli avvenire. Né si spiega gran parte dell’economia dell’agricoltura e lo stato dei volghi campestri dalle origini fino a noi, figli della conservazione e delle consuetudini secolari, queste pure rispondenti ad una certa tendenza, che sta nel fondo dell’anima nostra all’inerzia, al mantenimento, alla perennità; tendenza che prevalendo non di rado decisamente sugli stimoli del più evidente interesse, sacrifica questo allo spirito di conservazione, e così il progresso all’immobilità. Né finalmente si può interpretare debitamente lo stesso secolo più positivo, più calcolatore, più materialista di quanti furono: il secolo nostro. Il solo spostamento infatti d’interessi materiali a pregiudizio delle classi operaie, in seguito ai nuovi sistemi meccanici di produzione, non basta a spiegare, nemmeno nei riguardi economici, l’odierno gravissimo conflitto tra capitalisti e lavoratori, ma bisogna ricorrere, a mio credere, a circostanza d’indole essenzialmente etica; ed è anche allora che quei progressi industriali tornarono a vantaggio economico delle classi lavoratrici, essi effettuavansi con l’offesa di qualche sentimento morale: di famiglia, di patria, di tradizioni, d’indipendenza personale, e così via. Ciò mi viene suggerito da taluno fra i più memorandi avvenimenti della storia delle classi operaie e delle loro istituzioni ai nostri giorni; ed accenno ad esempio: l’introduzione di qualche ordinamento, come quello della cointeressenza degli operai agli utili dell’impresa, il cui benefizio economico a favore di quelli poté lungamente rimanere problematico agli occhi degli economisti matematici, ma che tuttavia fu invocato, accolto e si diffonde ovunque con inattesa rapidità, perché sopratutto confacente alla dignità morale del lavoratore; i tratti ripetuti di solidarietà e di abnegazione fino a toccare l’eroismo, cui quelle stesse classi turbolenti e riottose sanno elevarsi, ogni qualvolta abbiano speranza di far trionfare, più che un interesse materiale, un sentimento, un’idea comune: di che ne ammaestra la storia delle moderne associazioni operaie; infine la concordia universale fra lavoratori, la pertinacia loro, il delirio di immolare i più preziosi interessi materiali, quelli stessi da cui dipende la vita, quando ciò possa servire almeno di protesta solenne contro un ordine di cose che essi giudicano infesto, in nome di un principio che non sanno formulare, ma a cui aspirano violentemente in un ignoto avvenire come ci fanno tuttodì dolorosa testimonianza le vicende delle coalizioni e degli scioperi.

Questi fatti comprovano come i sentimenti e le idee (anche allora che sono purtroppo pervertite) conservino una grande funzione nel campo degli interessi materiali anche nel secolo speculatore e banchiere; e frattanto ribadiscono questo vero: ed è che gli uni e le altre, se paiono talora celarsi, non cessano giammai dall’esercitare il loro influsso, or temperato, ora violento, sulle vicende economiche; cosicché il farne dovuto conto nel disegnare le leggi dell’economia è necessità imprescindibile per la scienza che deve fondare i suoi pronunciati sulla realtà della vita e non sopra un mondo fittizio (…).

Giovedì 3 gennaio 2019

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