Sul ruolo pubblico dei cristianamente ispirati

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Sul ruolo pubblico dei cristianamente ispirati

Continuiamo il dialogo con Giancarlo Cesana attraverso l'amico Mirko de Carli

di Gianluca Valpondi

Giancarlo Cesana
Giancarlo Cesana

Ciao Mirko, continuiamo allora con questo “dialogo parallelo” - come lo hai chiamato – con Giancarlo Cesana. Ho letto l’articolo di Cesana di qualche giorno fa su Tempi, dal titolo Più società, meno Stato. O finiremo come l’America Latina. Beh, leggo ancora sfiducia nei vertici della Chiesa; ma la Chiesa non è indistruttibile?

Sì, è interessante questo dialogo parallelo, caro Gianluca, perché credo che ci sia bisogno soprattutto di ristimarsi tra persone che vivono l’esperienza da laici nella Chiesa, ma che la portano dentro la dimensione pubblica come l’amico Giancarlo Cesana. Sono convinto che oggi più che mai la Chiesa non sia indistruttibile; la Chiesa come sempre apre degli squarci all’interno dell’umanità di ognuno di noi e anche oggi il pontificato di papa Francesco apre uno squarcio enorme; per me è un grande punto di domanda, è un grande punto di apertura verso il mondo, che passa inevitabilmente anche dalle domande che insorgono nella quotidianità che vivo. Oggi più che mai vivere le provocazioni, intese in senso positivo, del pontificato attuale dentro la dimensione della vocazione politica significa soprattutto cercare di comprendere quali sono i punti di ferita della contemporaneità e partire da quelli per ricostruire l’unità dei cristiani. Da sempre sono convinto che l’unità non la possiamo costruire attraverso un’idea, un progetto, ma semplicemente attraverso l’aderenza alle ferite della società, che sono il modo con cui Cristo si manifesta nella storia; è lì che dobbiamo trovare l’unità. Mi affascina e mi colpisce molto il fatto che oggi ci sono periferie del mondo, anche presenti nel nostro paese qui in Italia, che potrebbero essere quel luogo dove ripartire a ricostruire l’unità dei cristiani, anche nell’impegno politico. Faccio un esempio: davanti alle tante famiglie che vivono il disagio, il dramma del non avere uno Stato alleato, che riesce a sostenerle, ad incoraggiarle - penso alle briciole anche dell’ultima finanziaria – è positivo vedere insieme tanti cristiani che si sollevano e si alzano indignati davanti a cotanta indifferenza della politica al disagio delle famiglie. Ecco, questo comune sentire dovrebbe essere preso in coscienza con forza da parte del popolo cristiano e dovrebbe essere il punto di partenza per un ascolto comune. Poi, se questo porti o meno alla nascita di una soggettività in politica unitaria non lo so, ma dovrebbe essere il punto necessario per ripartire. Pensare di costruire un soggetto dove inserire dentro astrattamente i cristiani e chieder loro di starci oggi non è più possibile, il mondo è cambiato. Oggi purtroppo l’individualismo è diventato anche dilagante e ha destrutturato la persona. Dobbiamo ripartire da un comune sentire, e per farlo dobbiamo stare immersi dentro la realtà; d’altronde, lo stesso la papa Francesco ce l’ha detto più volte: “dobbiamo odorare delle nostre pecore”. E quindi noi dobbiamo cercare di avere addosso l’odore delle pecore, che sono le persone che vogliamo servire nel nostro impegno politico.

Legge 40 sulla fecondazione assistita: forse, certo, il meno peggio; eppure don Oreste Benzi la definiva comunque legge ingiusta. Dunque?

Sì, la legge 40 è stata un esempio pratico di quello che tante volte è stato definito un compromesso al rialzo; don Oreste Benzi, che ovviamente faceva il sacerdote, la considerava una legge ingiusta, a ragion veduta, perché comunque sia era una legge che apriva degli squarci inevitabilmente pericolosi per quanto riguarda questioni eticamente così delicate e sensibili. Io credo che oggi però abbiamo perso la capacità di mettere in discussione i nostri valori nella società, cioè quello che il cardinal Scola tante volte ha ripetuto: dobbiamo imparare a immischiare i nostri valori dentro al processo democratico, attraverso l’unica regola che è determinante e dominante il processo democratico, che è quella del consenso, e capire se veramente c’è consenso dietro quei valori, e da lì ricostruire la nostra presenza nella società. Facciamoci una domanda: se noi proponiamo un programma imperniato attraverso una serie di proposte, non di enunciati, che partano appunto dalla promozione della vita, promozione della persona, promozione della famiglia, etc... e su quello misuriamo il nostro consenso vuol dire che oggi la percezione di quelle necessità è corrispettiva al voto che vai a prendere, e vuol dire che devi fare un grande lavoro di educazione del cuore delle persone, perché quelle esigenze, nel cuore delle persone, ci sono. Faccio un esempio: se uno va a messa e la sua priorità non è prendere sul serio questa dimensione di apertura alla vita, alla famiglia, alla persona, anche nella scelta politica, ma è quella solo di votare contro la casta – per esempio chi ha votato i grillini – o di votare per la paura degli immigrati – chi ha votato la Lega – vuol dire che da un lato la proposta politica cristianamente orientata non è stata capace e all’altezza di far percepire delle proposte adeguate all’attesa delle persone, ma dall’altra parte c’è una profonda diseducazione anche del popolo cristiano. È un lavoro complesso, non semplice, purtroppo non fatto da decenni, sia dal clero che dal laicato; va ripreso in mano con forza perché possa permettere di tenere insieme la posizione ideale di sacerdoti coraggiosi come don Oreste Benzi, che deve ispirare la migliore azione politica possibile, perché la politica, come ci ha insegnato Benedetto XVI, è l’arte del possibile, del concretamente possibile, e quindi ovviamente non perfettamente compatibile con la visione idealista pura; e quindi dobbiamo tenere insieme le due cose. Per tenerle insieme ci vuole un laicato fortemente educato e consapevole e audace e dei preti, dei sacerdoti, un clero che sia provocatorio, come provocatorio era don Oreste Benzi.

Mirko De Carli
Mirko De Carli

Conte bis: “nuovo umanesimo” in salsa anticristica? E il “nuovo umanesimo” di Aldo Moro?

Sì, ho sentito e ho visto le ultime dichiarazioni alla nascita del governo Conte bis legato a questo nuovo umanesimo. No, non credo che faccia riferimento al nuovo umanesimo di cui parlava Aldo Moro. Non credo che faccia riferimento al nuovo umanesimo di Aldo Moro; credo che più che altro faccia riferimento anzi ad una società che vede nell’uomo, inteso come centro del tempo e della storia, il suo principale riferimento, ed è purtroppo una grande sconfitta. L’uomo, e lo vediamo anche nelle dietrologie ideologiche legate al clima, alle battaglie sul clima e altro, è protagonista della storia, il cuore dell’uomo è protagonista della storia e dobbiamo ripartire da lì con la consapevolezza unica che l’uomo è figlio e non è padrone della storia. Purtroppo questa concezione dell’umanesimo rilanciata da Conte vede un uomo padrone della storia, per cui decide, pensa di decidere sui cambiamenti climatici; decide, pensa di decidere sul fine vita; decide, pensa di decidere su come cambiare i connotati che gli vengono consegnati dalla legge della natura. Io sono convinto invece che ci sia bisogno di ripartire da quell’umanesimo invece che era proprio di Aldo Moro, cioè una legge che diventa, che è diritto positivo e che parte dal primario ed essenziale riconoscimento che c’è prima un diritto che è quello della natura, di come sono fatte le cose secondo un ordine che l’uomo riceve e non definisce. D’altronde, se guardiamo gli atti dei lavori della Costituente si vedeva chiaramente questo riferimento quando si parla dell’articolo 29, dicendo appunto lo stesso Aldo Moro che c’era una società naturale che veniva prima dello Stato, della legge di diritto positivo stessa, che era la famiglia; ecco, questa consapevolezza che l’uomo è figlio di qualcosa che viene prima delle sue capacità, viene prima del suo bisogno di regolare la relazione con altri uomini, è la consapevolezza appunto di un umanesimo che è tutela e valorizzazione della persona. L’esempio più chiaro e più alto di questo è la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è un documento di una davvero straordinaria concezione del vero significato di umanesimo, che oggi vuole essere stravolto, perché se pensiamo che possa essere inserito il diritto all’aborto tra i diritti universali, vuol dire che noi oggi inseriamo una visione distorta di umanesimo dove l’uomo appunto si concepisce padrone della vita e non custode della vita.

(…) sostenere e ricostituire uno schieramento di centrodestra, o simile, a trazione popolare; depurato dei suoi eccessi demagogici e personalistici; realisticamente fondato su una concezione di più società e meno Stato; con un programma rivolto, oltre che al presente, alla necessità di dare speranza a tutti e soprattutto ai giovani (...)”. Interessante, non trovi? Ma... i cattolici democratici?

Sicuramente interessante, ed è per questo che questo dialogo a distanza può essere un elemento stimolante per il nostro mondo cristiano e cattolico. Credo che bisogna definire un campo dove costruire. Come quando decidi di edificare una casa, devi prima scegliere una zolla, un appezzamento di terra dove poter poi mettere le fondamenta e provare a tirar su le quattro mura della casa che vuoi costruire. Io sono convinto che quello che dice Giancarlo è un’ipotesi che può essere percorsa. Oggettivamente oggi per una presenza cristiana capace di parlare dei problemi veri della società, che riguardano appunto la denatalità, riguardano l’incapacità di essere e di diventare famiglia, che riguardano la distruzione del primato della società naturale rispetto a quello di un diritto positivo che va contro la natura dell’uomo; credo che questi passaggi siano passaggi storici che vanno costruiti dentro un campo. È chiaro che quel campo è un campo complicato. Noi come minoranza dobbiamo essere in questo creativi, cioè capaci di incidere e impattare nell’opinione pubblica in maniera più incisiva rispetto al consenso che abbiamo, come spesso ci ha ricordato sempre il cardinal Scola. Questo lavoro è un lavoro complesso, articolato da fare, e va fatto in un campo più ampio, che è quello delle persone che già la pensano come noi o che già condividono le nostre riflessioni. Penso che il campo del centrodestra possa esserlo se non lo intendiamo come un’area politica di mero consenso elettorale, ma se lo intendiamo come una comunità di donne e uomini, mamme e papà, che hanno riconosciuto che la politica può essere uno strumento di bene per la loro vita se presa partendo dal loro bisogno reale e non ideologizzato, e non demagogico. È chiaro che non è semplice; se penso che la chiesa tante volte nella storia è partita appunto dal dialogo e dal confronto con esperienze di potere e di governo che erano distanti per modi, per forme dalla sua, dalla chiesa stessa; però è stata capace poi, attraverso una testimonianza audace e coraggiosa in quel campo, di far sì che grandi uomini della storia non cristiani fossero poi uomini illuminati, capaci di portare il pensiero cristiano comunque dentro la testimonianza di quel momento storico che vivevano (tanti sono gli esempi di grandi uomini politici illuminati durante il loro percorso dall’incontro e dal dialogo fecondo). Io ho sempre detto che dobbiamo considerare la Chiesa come un interlocutore appunto, non dobbiamo viverla come un bacino elettorale da conquistare con l’atteggiamento di quelli che tirano la giacchetta al clero. Il campo credo che possa essere quello del centrodestra, e dobbiamo farlo col coraggio di essere non una lobby che condiziona le scelte di chi sta dentro questo campo, ma di essere parte attiva di questo campo e un piccolo resto di popolo dentro questa più grande comunità, che ha voglia di mettersi in discussione nella politica partendo da dei bisogni reali e concreti che vive. Per farlo dobbiamo proporre non solamente una presenza, ma anche un percorso di educazione al bisogno che viviamo; come sempre ho detto, aiutare le persone ad interrogarsi e a capire se dentro la politica si può fare un lavoro di bene per sé e non ideologico, perché, come sempre vedete, poi il consenso viene e va, perché appunto anche i partiti più bravi a raccogliere consenso poi si perdono nel momento in cui lo devono tradurre in azione concreta a risposta del bisogno delle persone. Quando le persone vedono che il loro bisogno non è corrisposto poi abbandonano quel consenso dato.

Sarà un caso, ma il finale di Cesana, sprezzante sulla poesia, pare agli antipodi del Dio è un poeta del libro-intervista di papa Francesco proprio sulla politica. Che ne direbbe Václav Havel?

Cesana è figlio dell’esperienza più ruvida del don Giussani sacerdote e guida di Comunione e Liberazione, e quindi il fatto di dire lasciamo perdere la poesia sta a significare di concentrarsi con intelligenza, con audacia e con coraggio, e anche con fatica, la necessaria fatica rispetto a quello che la realtà ci pone davanti. Lo intendo e lo vedo in questi termini. Io da sempre son rimasto affascinato invece dalla poesia intesa come la creatività dell’uomo. Nella storia tante volte le forme con cui si è realizzato un processo nuovo incomprensibile fino a pochi tempi prima rispetto al suo dipanarsi sono state straordinarie, e quindi io sto attraversando questa nuova stagione della politica e dell’impegno politico che mi vede in campo, proprio aperto a nuove forme che possono presentarsi in questo percorso. Credo che questo possa essere un modo di concepire la poesia. E sono d’accordo con Giancarlo, nel senso che non è dato a noi sapere quale possa essere la forma poetica con cui esprimere quello che sentiamo come necessario; l’importante ora è l’ascolto, e non è un caso che abbia avviato il “cantiere Italia” che è il mio nuovo giro per l’Italia a incontrare esperienze, storie, che diano conferma, rafforzamento e consolidamento, allargamento del percorso avviato col giro per l’Italia del Popolo della Famiglia, proprio perché voglio andare a capire qual è la forma migliore per rappresentare questo piccolo resto di popolo che in Italia c’è, combatte, vive e crede in quei valori, in quelle proposte che in questi tre anni abbiamo messo in campo come Popolo della Famiglia, e quindi aperto a tutte le dimensioni che possono emergere. Credo che debba essere un anno di forte ascolto che possa poi portare ad una forma – la più condivisa, la più larga, la più dialogante possibile – di presenza in politica che abbracci tutti coloro che sono animati da una passione comune rispetto al riportare al centro questioni drammaticamente urgenti come la persona, come la famiglia, come la vita, in maniera non ideologica, ma molto concreta e molto pratica. Ecco, questo è quello che credo che vada fatto e sono convinto che con il lasciar da parte la poesia si intenda questo, cioè non cerchiamo noi di imporre alla realtà la forma con cui si vuole manifestare, cerchiamo noi di svelare qual è la forma migliore per vivere la realtà del nostro tempo, che è diversa da quella del tempo in cui sono vissuti altri protagonisti della storia che hanno fatto intelligentemente quello che siamo chiamati a fare noi, cioè si sono inginocchiati davanti alla realtà. É la posizione con cui Giussani invitava tutti a vivere l’esperienza di fede e la vita, cioè quella del mendicante, e credo che dobbiamo in politica impararla per primi, cioè inginocchiarci alla realtà ed avere l’umiltà di capire qual è la forma migliore per rappresentare – perché questo è fare politica – i bisogni della nostra comunità, attraverso una grande capacità di ascolto di quello che ci accade attorno e di quello che vediamo attorno a noi.

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Martedì 15 ottobre 2019

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