La natura: prima rivelazione di Dio

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La natura: prima rivelazione di Dio

L'amore per la natura caratterizza il nostro tempo. Dove ci porta?

di padre Max Anselmi C.P.

Padre Max Anselmi, passionista
Padre Max Anselmi, passionista

L’uomo moderno, a causa dell’ammaliziamento, dell’erotismo, nonché dell’aggressività che porta a distruggere le cose che vede o ad accaparrarsele egoisticamente per ricavarne quasi esclusivamente vantaggio economico, fa difficoltà a incontrare la natura sotto forma di gratuità e di stupore, e di conseguenza, privo o carente dell’aiuto dello stupore, è molto improbabile che riesca ad elevarsi a realtà diverse, superiori, celesti, aperte al divino, tramite la visione di panorami sia pur spettacolari.

Perché l’incontro con la natura si ponga anche per noi, uomini moderni, quale via per l’incontro con Dio, occorre farlo quindi passare attraverso non poche modifiche e purificazioni.

Innanzitutto, per aprirsi all’esperienza del divino, occorrerà vincere prima la menzogna in noi e attorno a noi, nella scienza e nella cultura, attraverso un intenso lavoro critico di pensiero, in modo da essere resi capaci di incontrare la natura nella verità, esattamente nella verità scientifica. Solo se s’incontra la natura nella verità, essa si trasforma in chiave che ci apre e immette nella contemplazione del divino, una contemplazione che sfocia nello stupore per la grandezza, sapienza, bontà e bellezza di Dio, e si esprime nella dossologia, ossia nel canto di lode, che riempie la persona di soavissimo amore.

Ai nostri giorni c’è in atto un cambio vistoso e importante nella contemplazione della natura. Lo scopo della contemplazione della natura resta sempre quello di favorire, di facilitare l’elevarsi alla contemplazione delle realtà celesti, solo che l’ordine di procedere per raggiungerlo è, rispetto al passato, diverso, anzi cambiato e persino rovesciato, in quanto non si parte dall’ammirazione e dallo stupore, ma dalla vittoria sulla menzogna tramite il ricupero della verità che comunica forza elevante, perché ai nostri occhi di moderni ogni cosa, anche la più bella, è debole, fragile ed incapace a toccarci il cuore e promuovere l’estasi. Si fa per dire, perché propriamente il rapimento estatico che crea un’unione psicologica e spirituale piena con Dio, non può mai essere prodotto o procurato dalla creazione e neppure dalla contemplazione amorosa più intensa della natura, ma è frutto dello Spirito Santo ed è legato sempre al mistero del Messia Gesù, della sua Incarnazione, Passione, Morte, Risurrezione e Glorificazione ed ha come meta il mistero trinitario. Come si nota, la spiritualità della natura, per essere vera, va integrata nella spiritualità pasquale e trinitaria.

Inoltre, nell’atto contemplativo non si deve mai dimenticare che se l’oggetto della contemplazione, in questa caso la natura, è molto importante, non lo è da meno il soggetto, che è la persona umana, vertice della creazione, custode della natura, figlio di Dio, re, sacerdote e profeta. Se nell’atto contemplativo manca o non si fa viva e non cresce questa consapevolezza nel contemplante, della sua identità, della sua verità, la relazione con la natura attivata dalla contemplazione va considerata “fallimentare”, perché non migliora né la natura né il contemplante, ossia non fa amare e rispettare maggiormente l’opera di Dio quale è la natura e quindi non fa amare e rispettare maggiormente neppure Dio che ne è l’origine e il creatore. E se l’atto contemplativo non fa crescere, purificare, santificare chi medita, perché egli, non ricevendone l’influsso positivo, non diventa più buono, né si sente in armonia con tutto e con tutti, allora non viene neppure pacificato profondamente e stabilmente. La conseguenza è grave e penosa. Infatti se la contemplazione della natura non cambia e non migliora il meditante, essa non raggiunge il suo stupendo scopo di sanare e fortificare chi la contempla e la ama.

Quella di san Paolo della Croce e di suo fratello Giovanni Battista è stata ed è una contemplazione e una mistica autentica, “riuscita”, della natura perché se da un lato costituisce una parola critica verso le varie spiritualità che tendono ad accontentarsi e ad abbassarsi a forme riduttive e panteistiche, essa dall’altro non manca di far dono ai nostri contemporanei in ricerca di Dio di una seria risposta, proponendo itinerari genuinamente aperti alla trascendenza.

Per una spiritualità della natura che voglia portare a Dio, al primo posto ci sta la verità delle cose, segue quindi lo stupore e infine il tutto viene coronato dalla lode incessante. La spiritualità della natura come è stata intesa e vissuta da san Paolo della Croce e da suo fratello il venerabile Padre Giovanni Battista ha un quarto gradino che merita di essere ricordato: quello del cantare in spirito.

Chi entra nella contemplazione della natura, come fa chi entra in un folto bosco, trascorre il tempo camminando, amando e cantando. Allora il cantare in spirito diventa l’attività fondamentale del contemplativo. Egli eleva un canto che è sempre nuovo, perché è legato all’amore per Dio e per la povera umanità da salvare e santificare. Si tratta pertanto di un canto d’amore che sgorga da un cuore penitente. Il contemplativo prega, ama, gioisce e piange. Sì, piange, perché la contemplazione della natura che raggiunge il livello del cantare nello spirito è caratterizzata dal dono delle lacrime, come è ampiamente documentato nella biografia di san Paolo della Croce e di suo fratello, Padre Giovanni Battista. Di lui si dice: «Si deliziava altresì nelle sue dilette solitudini di cantare altre lodi e canzoncine spirituali, almeno nei primi anni, per così sempre più sollevare il proprio cuore e tenerlo unito con Dio. Dissi “nei primi anni”, perché cresciuta maggiormente l’intima unione con Dio, cantava col silenzio del suo amore, di continuo al Signore un canto nuovo».

Domenica 27 ottobre 2019

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