Grandi progetti per l'umanesimo della tecnica. Proposte di largo respiro per l'Italia

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Tra tecnica e umanesimo

Grandi progetti per l'umanesimo della tecnica
Proposte di largo respiro per l'Italia

Giampiero Cardillo ci fa respirare ampio verso un umanesimo della tecnica costruito in spirito di impresa solidale

di Giampiero Cardillo

Tecnica e umanesimo
Tecnica e umanesimo

L’Italia è o non è più un grande Paese industriale che ha un futuro da sfidare e vincere? Se la risposta fosse “sì”, allora non solo potrebbe, ma dovrebbe concretamente impostare con ogni urgenza grandi progetti di lungo termine di livello europeo, per affrontare e vincere quel futuro industriale 4.0, che angoscia molto i pensieri di tutti per il suo contenuto anti-umano, anzi, pressoché robot-centrico. Appare sempre più chiaro come solo i Grandi Progetti abbiano il potere di tenerci all’interno del pull mondiale dei territori-guida, formato dai pochi che saranno capaci di sostenere la sfida epocale che ci attende nel medio-lungo termine. Allora dobbiamo chiederci come e con chi iniziative di difesa e contro-attacco dell’umanesimo minacciato possano essere sostenute. Occorrerebbe creare e disporre di condizioni antropologiche, sociali, ambientali, territoriali, tecniche, tecnologiche particolarmente difficili da realizzare, ove queste condizioni scarseggino. Occorre al contempo considerare che quelle condizioni sono sempre straordinariamente impegnative da raggiungere perché sembra impossibile finanziarne il mutamento in meglio, allorquando si decida di metterci mano. Qualche sintomo reattivo, pur lieve, si avverte qua e là nel nostro Paese. “Oggi l’industria si trova un po^ nella situazione in cui era l’arte nell’Ottocento, quando ci si chiedeva cosa ne sarebbe stato dei pittori con l’arrivo della fotografia. Ora la manifattura è di fronte a un quesito simile: cosa deve fare nel momento in cui la produzione viene svolta dalle macchine oppure viene trasferita altrove? La risposta è che deve puntare sui propri asset immateriali”, spiega Maurizio Ferraris, filosofo e ordinario dell’Università di Torino. Il suo ateneo e il Politecnico hanno sottoscritto un’intesa che, tra le varie cose, prevede pure un’alleanza culturale. Obiettivo: rendere più umanisti gli ingegneri e più tecnologici gli umanisti. Per questo è nato “Scienza nuova”, istituto di studi avanzati presieduto da Ferraris. E per questo al Politecnico di Torino è stato creato il Susst, un gruppo di studio dedicato alle “scienze umane e sociali per le scienze e la tecnologia”, composto da docenti dei due atenei (e non solo) che valuteranno come portare le scienze umane nelle aule di corso Duca degli Abruzzi. Perché oggi più che mai la contaminazione è necessaria: “L’ingegnere ormai ha sistematicamente a che fare con problemi sociali ed è essenziale che sia in grado di calcolare quale sia l’impatto delle tecnologie che sviluppa sulla società”, dice Ferraris.
Lo stesso discorso vale per le discipline umanistiche: “Hanno sempre avuto una vocazione tecnologica, perché senza diventerebbero inutili o quasi. Da chi raccontava le storie dei prìncipi a chi scrive i trattati internazionali fino ai giornalisti, gli umanisti hanno sempre avuto funzioni pratiche nella società”, spiega il filosofo torinese. “Vogliamo evitare che Torino faccia la fine di Detroit, cosa che finora non è avvenuta. E questa interazione tra Poli e Università può fare molto, forse anche più di altre iniziative”. “Da molti anni nelle università degli Usa c’è una componente importante di scienze umane e sociali sia per gli ingegneri che, in generale, per chi si occupa di ricerca”, racconta Juan Carlos De Martin, ordinario del Poli che ha creato il Susst su input del rettore Guido Saracco. Il gruppo è nato a ottobre e nei prossimi mesi ha in programma una serie di visite in altri Paesi europei per capire come la questione viene affrontata dagli altri politecnici. “Gli altri atenei europei hanno quasi tutti dipartimenti con sociologi, antropologi, storici e anche noi vorremmo avere una presenza analoga, con modalità ancora da valutare”. Perciò è fondamentale creare corretti presupposti antropologici e sociali adatti, quando si voglia davvero vincere la sfida di esserci nel futuro, per non subire l’insulto del progresso che avanza. L’antropologia sociale favorevole all’incardinamento di Grandi Progetti Territoriali di Sviluppo ha una grande tradizione in Italia, fondata e sperimentata da Toniolo e Sturzo e applicata con rigore e successo internazionale da Olivetti, partendo dal nord (Ivrea) ed estendendola al sud dell’Italia (Pontecagnano), in territori sottosviluppati e variamente compromessi e anche in ventiquattro altre nazioni, ricche e povere. Non è impossibile recuperare questa grande tradizione, che conta ancora oggi seguaci e sostenitori. Orbene, prima del come e con chi si possa e si debba fare questo immane sforzo di incivilimento territoriale, occorre stabilire il rango finanziario dell’impresa, che seleziona naturalmente il “dove” impiantarla. È piuttosto chiaro che la scelta dell’area da investire debba far conto su local content territoriali particolari e necessari allo start-up dell’operazione di accumulo delle condizioni favorevoli a sostenere lo sforzo di contenere gli effetti negativi dell’industria 4.0 e a esaltarne le grandi positività. Non necessariamente le condizioni ideali saranno tutte già presenti e positive. Ma è indispensabile scovarne a sufficienza affinché, nel loro insieme, possano garantire comunque il merito-credito dell’impresa perché possa essere considerata, progettata, finanziata e avviata. Ad esempio: un territorio come la “terra dei fuochi” ha un suo sinistro contenuto, a prima vista negativo, per ottenere un finanziamento di straordinarie proporzioni utile a garantirne l’uso progettuale. Occorrerà almeno che sia prima bonificato. Soldi pubblici per farlo non ce ne sono.
L’obiettivo di ottenere che capitali non solo pubblici se ne occupino, si potrà raggiungere solo se si potrà ottenere la bonifica per default (1) all’interno di un Grande Progetto di rinascita territoriale che immagini di raggiungere ben altri e remunerativi scopi, coordinandone la pianificazione al più alto livello tecnico. Solo in questa prospettiva la negatività di un territorio, ad esempio assai inquinato, potrà mutarsi in una opportunità iniziale favorevole. Infatti è proprio quella negatività che rende bassissimo il costo del terreno: un asset che è in sé negativo, ma che offre un aspetto positivo che facilita l’inizio dell’operazione più generale che guarda ad altri redditizi obiettivi. L’operazione di bonifica in quell’area dovrebbe, ad esempio, attrarre nell’impresa vasti territori limitrofi che abbiano degli asset positivi vigorosi, ma suscettibili di grande sviluppo ulteriore. Ma perché possano esprimerne le potenzialità al massimo grado, abbisognano di ottenere ingenti fondi e contare su iniziative progettuali concrete, per valorizzarne un migliore uso produttivo, turistico, culturale, residenziale, etc. che oggi non esiste, o, se ci fosse, è troppo scoordinato e gravemente insufficiente. Questo presuppone un riassetto urbanistico rivoluzionario, e un mutamento antropologico congruente con l’obiettivo di incivilimento della residenza, dell’ospitalità, della produzione e del consumo.
Non solo la rigenerazione di territori compromessi da veleni da bonificare, ma anche quella di territori compromessi da devastazioni urbanistiche, antropologiche e sociali offrono delle opportunità di partenza valide per lo start-up di Grandi Progetti. Infatti il Vice Ministro Lorenzo Fioramonti ha lanciato oggi una proposta di Grande Progetto di rinascita territoriale per la zona sud-est di Roma, dalla periferia urbana ai Castelli Romani. Quanto sia degradata questa vasta area del territorio romano è noto anche ai non romani: l’area compresa fra Tiburtina e Appia offre uno spettacolo di antropologia sociale al massimo degrado. Un brano urbano che presenta un malfunzionamento paralizzante di ogni infrastruttura e servizio moderno indispensabile ad una grande città, conseguenza di una urbanistica omicida, quando non fu di rapina. La situazione non offre possibilità di redenzione, se non al prezzo di insperabili investimenti pubblici. Tutte le singole iniziative, che sono state messe in piedi per migliorare la situazione, sono penosamente naufragate: sistemazione della rete viaria, Polo sportivo, Polo per start-up, bonifica di scheletri industriali, trasporti pubblici, cura e pulizia del territorio, lotta al crimine organizzato, accoglienza e turistica e di conforto alla produzione, riscatto della qualità residenziale funzionalmente coordinata con le aree produttive esistenti o in fieri, reti tecniche e tecnologiche di pregio, etc. Accanto a tanto disastro resistono da tempo, fra indicibili difficoltà logistiche, pregiatissimi centri di ricerca molto avanzata e iniziative industriali di grande vaglia che, a macchia di leopardo, punteggiano questa contraddittoria grande area urbana e sub-urbana della Capitale. Si tratta di un complesso di industrie, centri di ricerca, centri di sperimentazione di altissimo livello. Un livello che non si esagera a definirlo europeo e mondiale. Da Leonardo (già Finmeccanica) sulla Tiburtina, al CNR di Frascati sulla Tuscolana, si rintracciano nel settore territoriale una miriade di importanti altri punti di eccellenza di innovazione tecnica e tecnologica di altissimo spessore. Ecco individuato l’asset iniziale su cui fondare lo start-up di un Grande Progetto, finalizzato a riordinare e lanciare nel futuro un brano di città destinato a morire, se non se ne affrontano le negatività insopportabili. È un asset che qualsiasi pianificatore del territorio considererebbe negativo, per quanto quelle eccellenze soffrono del troppo che manca attorno ad esse. Un intorno di ben scarso valore commerciale, ben abbordabile nella sua complessità, solo all’interno di un grande e complesso progetto. Un intorno che continuerebbe, invece, ad essere considerato negativo per l’impossibilità di porvi mano se si continuasse a varare piccole, singolari, slegate iniziative, programmate negli asfittici bilanci annuali e triennali delle Istituzioni preposte a risolvere gli annosi e immensi problemi, senza disporre dei mezzi e delle competenze operative necessarie.
La previsione di un ulteriore degrado, sino al disastro finale sarebbe inevitabile, tenuto conto delle possibilità reali delle Istituzioni locali e nazionali per affrontare troppi problemi con pochissimi mezzi finanziari, paralizzanti pratiche burocratiche e modalità operative del tutto inadeguate. In quel disgraziato territorio, come ha ben sottolineato il Viceministro, esiste già un seme straordinario di grande cultura, competenza, capacità organizzativa e operativa, che potrebbe diventare la cabina di regia di un Grande Progetto. Capacità tecniche che, come giustamente immagina anche il prof. Ferraris, debbono poter contenere una carica umanistica positiva, utilizzabile al servizio dell’operazione di rigenerazione territoriale. Ma solo se si potrà puntare in alto, molto in alto. È possibile trasformare il brutto anatroccolo territoriale in un maestoso cigno realizzando anzitutto una rete infrastrutturale materiale immateriale del terzo millennio. Questo settore territoriale ha anche altre possibilità inespresse perché scoordinate e sofferenti del degrado che le circonda. Esse sono trasformabili in grandi affari attrattivi: paesaggio vario e di pregio, collinare, lacustre, marittimo. E poi archeologia, monumenti e punti d’arte irripetibili, buon cibo, agricoltura di eccellenza, isole residenziali di grande fascino, grande fermento culturale. Appare chiaro che per costruire un così Grande Progetto è inservibile non solo la dimensione locale, ma è inadeguata anche quella nazionale. Occorrerà disporre di una dimensione europea e internazionale, favorita anche dalla notorietà e dai rapporti senza frontiere delle eccellenze nel campo della ricerca e produzione innovativa che il territorio già contiene. Bisognerà realizzare delle joint venture con le più grandi organizzazioni europee di ricerca, dimensionalmente immense rispetto alle nostre che sono sorprendenti per risultati raggiunti, ma non sono in grado di reggere da sole la funzione di stimolo e regia del Grande Progetto. Che sarà europeo o non sarà. Perché il necessario concorso pubblico per avviare le operazioni dovrebbe trovare sufficiente consistenza nell’interesse rintracciabile oltre i nostri confini e nelle Istituzioni europee. C’è da augurarsi che al Viceministro Fioramonti sia concesso il modo di articolare in fatti ciò che ha annunciato, affinché la sua importante proposta non affondi nei soliti protocolli di intesa senza futuro

(1) Un case study straordinario è rappresentato dalla bonifica e rigenerazione socio-produttiva del territorio della valle della Rhur in Germania (1989-1999). Ha interessato 320kmq, 17 comuni, mediante 7 progetti-guida, selezionati da un ente di diritto privato, l’IBA, sussidiario del Land (Regione), guidato da sei dipartimenti, coordinati da Karl Ganser. Solo due dei sette progetti-guida riguardavano in parte la bonifica. La bonifica, in pratica, è stata assunta come obiettivo minoritario rispetto al grande dispiegamento di altri grandi obiettivi diversi. Tale preponderante diversità ha assorbito la bonifica en passant, comprimendone la primazia, sino al risultato di ottenere la gigantesca bonifica per default dell’attuazione dell’intero e ancora più gigantesco complesso progettuale integrato. Sono stati utilizzati in minima parte fondi pubblici regionali, statali. Più importante è stato il ricorso di privati all’integrazione di capitali propri con fondi europei, che hanno positivamente gravato sulla grande varietà di scopi cofinanziabili. Una partecipazione corale dell’intera nazione e di tutte le parti politiche e amministrative, hanno reso possibile raggiungere in soli dieci anni il risultato di trasformare un territorio inquinato, martoriato da perdita di valore, sottosviluppo, disoccupazione e criminalità, in un paradiso socio-culturale e produttivo di altissimo livello internazionale. Il metodo di progettazione adottato è stato quello innovativo modernamente olistico, anti-pianificatorio e inclusivo solo di progetti (120 quelli presentati) completi di piano finanziario autonomo. Il compito dell’IBA, assolto con grande competenza tecnica, è stato selezionarne la metà, inserendoli nei sette progetti-guida che man mano emergevano come goals possibili. I mega-centri di ricerca tedeschi, le università, gli ordini professionali, sindacati, associazioni d’impresa, liberi professionisti di grande livello, hanno tutti offerto il loro contributo pressoché gratuitamente, non istituzionalizzando il proprio mandato all’interno dell’IBA, centro operativo privatistico sussidiario dei poteri costituiti. Le istituzioni locali e statali hanno fatto tutti un passo indietro per velocizzare i processi progettuali, decisionali ed esecutivi. Un sistema a-gerarchico, a-burocratico, di scopo. Ripetibile solo nella grande dimensione, nella coralità degli intenti, nella logica del servizio alla nazione, nella convinta condivisione degli scopi alti del progetto, nella generosità individuale e di squadra, nell’imporre un altissimo livello di sapienza operativa e immaginativa.

Domenica 10 marzo 2019

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