Giuseppe Toniolo e l'economia di Francesco

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Giuseppe Toniolo e l'economia di Francesco

Porre il capitale a servizio del lavoro per la realizzazione integrale della persona umana

di Gianluca Valpondi

L'economista Giuseppe Toniolo (1845-1918)
L'economista Giuseppe Toniolo (1845-1918)

Si avvicina l’evento di Assisi The economy of Francesco del 26-28 marzo. San Francesco d’Assisi, figlio di un prospero mercante e mercante anch’egli (almeno per un po^ e, certo, a modo suo), era un uomo del Medioevo, sì, proprio un “medioevale”: oggi parrebbe quasi un insulto. Un altro che medievale non era (visse sette secoli dopo il “poverello” di Assisi), ma pur sempre beato, e che di economia se ne intendeva - e parecchio! - è l’autore di queste chiare parole: “Altri (…) credettero di appellarsi in vario senso alla testimonianza della storia e più specialmente nel periodo della cultura cristiana medioevale e fecero bene. Questo pure è un criterio che deve essere tenuto sempre presente da noi e dai nostri avversari, vale a dire che il cristianesimo è storico per eccellenza, per cui esso ci ammaestra non solo con i suoi dogmi e precetti, ma ancora cogli esempi delle istituzioni che egli ha saputo far sorgere traverso i secoli. Sarebbe bensì eccessivo supporre che i tempi medioevali presentassero nella scienza finanziaria e negli ordinamenti relativi canoni analitici ed istituzioni mature rispondenti in ogni loro parte ad un principio dottrinale. Le scienze sociali conseguirono una trattazione sistematica soltanto in un periodo affatto recente; e ciò vale in particolare per la scienza finanziaria, in cui le necessità imperiose e incalzanti della pubblica cosa, fatte valere con un empirismo inesorabile e talora prepotente, rimossero lungamente l’impero di compiute teorie scientifiche. Tuttavolta in virtù di quei veri etici luminosi che risplendevano al di sopra di tutte le menti e scendevano dall’alto a rischiarare i meandri più tortuosi e bui della vita sociale, taluni canoni impliciti anco di sana finanza furono a quel tempo intuiti e dispiegarono la loro influenza benefica. Ed oggi la storia delle dottrine e delle istituzioni finanziarie attesta che per queste pure (come per tante altre tendenze del sapere e dell’operare) le radici vegete e feconde delle migliori dottrine e istituzioni finanziarie recenti possono trovarsi nella cultura cristiana medioevale e meglio ancora fra i comuni democratici delle stirpi latine” (Giuseppe Toniolo, Trattato di economia sociale. La circolazione, pubblicato postumo).

Nella visione pienamente scientifica del Toniolo non si dà economia che non sia economia a misura d’uomo, per lo sviluppo e nello sviluppo delle potenzialità e capacità tipicamente e precipuamente umane. Il far soldi coi soldi anziché con il lavoro è un lavoro? O non è forse la negazione stessa della dignità del lavoro, dello sfruttatore come dello sfruttato? La piena partecipazione al rischio d’impresa, con onori e oneri annessi e connessi, è l’unica strada buona del capitale che non sia rendita passiva e dunque parassitaria. Lo stesso sistema finanziario deve farsi vicino al territorio lavorante per cui lavora, al cui servizio lavora. Scrive infatti ancora il Toniolo, in riferimento alle banche agricole, ma il discorso può assumere certo valenza generale e in qualche modo universale per lo spirito informatore che lo anima: “È facile persuadersi infatti come in parte l’odierna insufficienza delle malleverie personali nelle popolazioni di campagna in parte come si disse la natura troppo incerta delle garanzie reali proprie del credito agrario esigono imperiosamente alla riuscita delle relative operazioni una conoscenza intima di persone e di cose, una continuità di rapporti atta ad alimentare la reciproca fiducia, una sorveglianza attiva, diligente, sottile e perciò esercitata davvicino dagli stessi interessati, infine uno spirito di famiglia che assiduo governi la vita interiore e le esterne relazioni di questi istituti. Tutto ciò non può certamente attendersi da uno stabilimento grandioso che risieda forse nella lontana capitale dello Stato e diffonda la sua azione sopra un vastissimo territorio per mezzo di una rete di succursali, obbedienti ad uno statuto rigido ed uniforme, con rigorosa gerarchia di impiegati ignari delle consuetudini locali, così tenaci e prepotenti fra le plebi campestri (…) ma bensì da istituti come le nostre banche popolari, devoti al principio dell’economia, che sieno quasi la spontanea emanazione delle forze locali ed il riflesso delle condizioni sociali ed economiche dominanti nella breve cerchia del paese a cui servono e da cui suggono la vita” (Toniolo, Sull’importanza delle banche agricole).

Lo sradicamento dal territorio va di pari passo col disinteresse per il bene comune verso la totale deresponsabilizzazione personale e d’impresa. Si giunge alla negazione in radice del biblico-genesiaco “col sudore della fronte lavorerai”, non certo per un avvenuto processo redentivo in corso, ma perché si sudano magari anche sette camicie lavorando però a vuoto ai fini della salvezza personale e sociale, e costruendo piuttosto la torre di Babele e la città di Babilonia, la Babele delle lingue nell’incomunicabilità degli egoismi parossistici, la Babilonia come città degli uomini a immagine di satana, che sprofonderà per implosione. Sentiamo Toniolo: “L’agevolezza del prestito, cioè la facilità di attingere rapidamente e di continuo al capitale altrui, passata nelle abitudini generali ed accresciuta dalla trasferibilità dei titoli di credito che lo rappresentano (…) riesce perciò a moltiplicare le crisi commerciali propriamente dette e insieme quelle bancarie. Anzi i titoli di credito rappresentativi del prestito di capitale monetario, moltiplicati e diffusi universalmente, divengono a loro volta oggetto di speculazione sulle oscillanze naturali o artificiose del loro valore e provocano le crisi di borsa” (id., Atti del II congresso cattolico italiano degli studiosi di scienze sociali del 1896).

Eppure lo stesso Redentore dell’uomo ci aveva consigliato in qualche modo di dare i nostri talenti in mano ai banchieri per averne l’interesse; lo Stesso che però, e più direttamente, ci diceva anche di prestare senza sperarne alcun ricavo, e anzi di dare gratuitamente. La realtà dell’uomo è complessa, non per forza complicata. Il prof. Toniolo aveva ben colto l’importanza del fare la carità della progressiva responsabilizzazione delle persone e delle società di persone: “Così il prestito fatto per necessità di consumi personali, che di consueto è sdrucciolo e spinta alla servitù ed alla ruina, mediante la intelligente beneficenza diviene occasione all’esercizio della previdenza e mezzo di rigenerazione. È la carità che solleva i caduti e li abilita a procedere ulteriormente da sè” (Trattato di economia sociale). Giustizia e amore dunque non solo hanno a che fare con le banche, ma “dall’alto dei razionali principi e ancor dal quotidiano responso dei fatti ogni dì più ferma convinzione essere la coscienza del dovere e la carità (che se si abbuiano per poco o traviano, rimangono per sempre operanti nel seno dei popoli) le forze recondite che illuminando, dirigendo, legittimando quelle degli interessi personali e generali, mantengono e vivificano l’integrità del corpo sociale” (ib.). Non si può in alcun modo prescindere, anche in ambito strettamente finanziario, dalla promozione umana integrale, ovvero dal vero ed autenticamente inteso empowerment dei singoli e delle comunità, finanche certo alla comunità globale-mondiale. Carità ed economia, dunque, integrate, non separate ma distinte. Ancora il Nostro: “(…) due serie d’operazioni, le prime essenzialmente economiche, le seconde precipuamente caritatevoli (…) quest’ultima funzione secondaria si coordini alla prima e principale in modo che quella sia preparazione e scala a questa, aggiungendo così al carattere di beneficenza riparatrice quello di beneficienza promotrice. (…) Che il prestito fatto caritatevolmente per bisogno di consumo immediato divenga occasione ed impulso a rigenerare il sovvenuto rendendolo capace per l’avvenire ad ottenere credito a condizioni ordinarie” (ib.).

La promozione umana integrale passa per la nobilitazione del lavoro come strumento di realizzazione di sé e della società, e a questo il denaro deve servire, come mezzo, perché il fine è l’uomo e la sua redenzione, santificazione e glorificazione, nella partecipazione alla continua opera creativa e redentiva di Dio: a questa realtà, che è luce, deve aprirsi con piena fiducia il mondo della finanza e delle banche. “(…) Gli economisti cattolici hanno essi pure la loro parola, che non è quella della distruzione o della usurpazione del capitale in nome della nazionalizzazione di tutti gli stromenti produttivi, bensì quella del ritorno alle antiche e sperimentate dottrine cristiane intorno al credito che sulla base della subordinazione armonica del capitale al lavoro preludono alla ricostituzione di una economia essenzialmente umana (…) Che il vero rigeneratore della ricchezza è l’uomo col suo lavoro meritorio in grazia dell’intelligenza, energia e sacrifizio che esso importa, e che perciò devesi di fronte al capitale passivo e puramente stromentale serbare all’uomo ed al lavoro umano la integrità, l’egemonia e la dignità, di cui solo il cristianesimo fu l’autore ed il custode geloso. Guai a quella società in cui si accresce la ricchezza ma si deprime l’uomo e il lavoratore si sacrifica allo stromento. La condanna delle usure è così virtualmente una rivendicazione dell’uomo” (ib.).

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Martedì 11 febbraio 2020

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