un referendum approrpiato con una risposta non ovvia

Le ragioni del sì e quelle del no

La presenza di una vera unione e ordinamento di popoli, nazioni e Stati europei cambierebbe la prospettiva: sul piano penale, troppi sono gli ordinamenti difformi nell'ambito Ue

di Sergio Bevilacqua

Referendum Giustizia 22 e 23 marzo
Referendum Giustizia 22 e 23 marzo
Sì e no nel mondo
Sì e no nel mondo

Sono due le fonti non opinionistiche per valutare concretamente quale posizione deve prendere ciascun cittadino italiano avente diritto rispetto al referendum sulla magistratura: 1. la situazione delle altre democrazie, con lettura comparata; 2. l’effettivo aumento di democrazia connesso alla separazione delle carriere di accusa e giudizio o alla situazione attuale.

Prima di considerarle, però, escludiamo ciò che viene paventato subdolamente da chi vede in questo referendum un’occasione di danneggiamento della squadra avversa, come se si fosse allo stadio: quello che ci attende è una richiesta di presa di posizione del popolo italiano sul ruolo della magistratura e NON sulla democrazia. La Democrazia è un ceppo differenziato, con fronde che si spostano anche significativamente, senza uscirne completamente, dalle basi della uguaglianza di tutti davanti alla legge, della separazione dei poteri, della proprietà privata e del pluralismo: ci sono Paesi sinceramente e attivamente democratici che condividono un ruolo dello Stato aggressivo, con una magistratura fortemente condizionata dalla visione della Pubblica Amministrazione, con un sistema conseguente che arriva fino a invertire l’onere della prova, da chi accusa a che si difende. È, credo che siamo tutti d’accordo, una evidente stortura che in moltissimi abbiamo sperimentato nei nostri rapporti con lo Stato italiano, organizzazione potentissima rispetto al singolo cittadino, e capace di portare avanti per interesse e suprematismo azioni giudiziarie che sarebbero considerate temerarie se condotte dal privato, e quindi pesantemente sanzionate dai giudici. Oltretutto, si nota la sostanziale assenza di evidenza di costi pubblici sostenuti tramite le strutture legali interne agli Enti, messe a costo fisso (cioè pagate comunque) e NON a costo variabile (cioè costi legati all’attività). Ciò produce già un disallineamento in termini di concreta equivalenza giudiziaria, con una parte (lo Stato) che ha risorse indefinite e la controparte privata che invece sostiene costi spesso altissimi e demotivanti alla tutela del proprio diritto.

Nulla nell’ordinamento prevede questi fatti di squilibrio, ma, se siamo onesti, tutti sappiamo che i fatti sono questi, e ciò accade estensivamente nel civile, quando un privato incontra la P.A., lo Stato, ma anche nel penale.

Tra i fattori che condizionano la gestione organica di questo squilibrio c’è la Cultura dei magistrati, che attraverso la carriera unica con la parte dell’accusa ne porta tantissimi (e la totalità dei penali) a aderire, nel profondo della loro mente, a un modello leonino verso la società italiana, considerata sede di problemi “di struttura” da curare con interventi “di struttura”, come la cultura accusatoria. Va detto che comunque ciò non configura immediatamente un’uscita dal modello democratico, anche se la uguaglianza di tutti davanti alla Legge prevederebbe una equivalenza tecnico-economica di fattori da una parte (accusa) e dall’altra (difesa) e una cultura non condizionata da esperienza di parte. Ciò in Italia è solo apparente e non sostanziale. Perché? La legge dice che il magistrato e/o l’organo giudicante hanno facoltà specifiche di interpretare la legge, se necessario, e stabilire le sanzioni e di confezionare conseguentemente le sentenze.

Dunque, possiamo dire che a livello intrinsecamente giudiziario, non è positivo che attraverso la carriera comune tra accusa (i pubblici ministeri, PM) e giudici passi anche a livello inconscio una cultura accusatoria e suprematista. Sempre che la società italiana non abbia bisogno di “cure da cavallo”, e che dopo ormai 80 anni di esercizio tale malattia supposta non sia stata curata…

Cioè, non si capisce che la problematica di architettura giuridica deve corrispondere alle specifiche organiche (e non semplicemente logiche) della società di riferimento.

Il caso italiano ha le sue caratteristiche, che sono particolarissime e il tema principe è quindi sociologico e non giuridico. E rimane sociologico anche prima della "politica": quindi, è sbagliato considerarlo semplicemente giuridico ed è sbagliato considerarlo semplicemente politico. Il tema è la caratteristica condizione del Paese Italia sul piano della “legalità”: quanto conta in Italia la presenza di organizzazioni criminali e di contropoteri rispetto a quello legittimo dello Stato, oggi aggressivo verso la società civile, in modo quasi leonino? Quanto ciò condiziona la cultura civile? Quanto la risposta dell'ordine pubblico deve essere forte in risposta alla presenza di realtà organizzate, pronte ad agire in modo strutturato contro i principi di legalità e di tutela del diritto di tutti e di ciascuno? Quanto una forte risposta a ciò (unità sostanziale di potere di polizia e giudizio) porta, come effetti collaterali di malagiustizia e fino a che punto è giusto sopportarla?

La risposta non è ovvia e paiono puramente orientative per discernere tra un sì e un no le comparazioni con altri Paesi e la ingegneria del Diritto nelle democrazie, cose sapute e risapute. Così, l’esperienza clinica sulla legalità in Italia non mostra da 80 in qua un significativo cambiamento radicale, in particolare sull’unico argomento, la criminalità organizzata e i contropoteri allo Stato (e stato di diritto…), che sarebbe a favore di un impianto così aggressivo verso la società civile come quello della carriera unica, con i suoi effetti subdolamente e incisivamente culturali sul giudizio...

Un altro argomento importantissimo oggi è quello della globalizzazione e delle condizioni anche continentali che legano l’Italia agli altri Paesi dell’Unione Europea, tutti caratterizzati da ordinamenti locali, che vedono il diritto penale articolarsi molto diversamente tra Stato e Stato (anche nell’EU…): che senso ha che un ordinamento locale come quello italiano soffra di limiti per i cittadini italiani, quando viceversa le organizzazioni criminali contro le quali si sarebbero alzate queste difese si avvalgono invece di sistemi giudiziari favorevoli altrove, con facoltà di libera circolazione come sappiamo essere? Notiamo oggi solo un danno di libertà, senza l’aspettativa, come fino a 40 anni fa, di risultato costoso ma positivo che non è avvenuto.

Semmai, la presenza di una vera unione e ordinamento di popoli, nazioni e Stati europei sovraordinata cambierebbe la prospettiva, anche perché sul piano penale, troppi sono gli ordinamenti difformi nell'ambito EU. Da una parte, dunque, ha ragione Gratteri, che fa un certo mestiere, e dall'altra ha ragione Nordio che ne fa un altro.

E allora?

In un mondo fortemente interconnesso, è meglio la cura da cavallo per il male, sulle spalle del popolo italiano, quando i Paesi europei consentono mille punti di fuga, su una tipologia di reati o sull'altra?

Qui entra la politica. Ma è scommessa, gioco d'azzardo, nella sostanza.

Perché un popolo che non ha più le facoltà per una vera guerra alla criminalità organizzata (il "vero" problema Italia) perché quella è ormai apolide e si avvale di tante diverse facoltà e tutele espresse dagli ordinamenti di tutti gli Stati del mondo dovrebbe, solo! , soffrire di un deficit di libertà, quando Mafia, Camorra e Ndrangheta fanno lo slalom sul diritto penale più vantaggioso tra quelli di tutti gli Stati del mondo?

Questo il vero busillis.

Abbiamo provato A. con gli esiti che sappiamo, tutt’altro che esaltanti, sia per risultati intrinseci che per danni circostanti. Sarà opportuno provare B. ? I rischi paventati dalla curva nord sono puramente opportunistici, e così i vantaggi sostenuti dalla curva sud.

Quindi, in relazione al quesito referendario, c’è spazio sia per la soluzione ispirata dal Governo che di quella in vigore dal varo della Costituzione italiana a oggi. Ma, mentre conosciamo gli esiti della situazione attuale (il no) con i suoi costi, non conosciamo invece le opportunità del sì: la questione diventa sicuramente politica, e un referendum ci sta proprio.

Io mi sentirei di tentare con il sì, ma, soprattutto, impegnandosi in un grosso intervento per la omogeneizzazione dei sistemi giudiziari europei e anche mondiali, vero nascondiglio della criminalità organizzata, evitando di considerare ciò assurdamente ormai un fastidio e onere solamente italiano.

Lunedì 9 marzo 2026