Sud Sudan. Una pace ancora lontana

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Frammenti Africani è un resoconto giornalistico di tematiche complesse del Continente Africano, futuro epicentro economico mondiale, dove coesistono potenze economiche e militari, crescita economica a due cifre, guerre, colpi di stato, masse di giovani disoccupati e una borghesia in piena crescita.
Un mosaico di situazioni contraddittorie documentate da testimonianze di prima mano e accuratamente analizzate per offrire un'informazione approfondita sulla politica, economia e scoperte scientifiche di un mondo in evoluzione pieno di paradossi.

Fulvio Beltrami

Fulvio Beltrami
Originario del Nord Italia, sposato con un'africana, da dieci anni vivo in Africa, prima a Nairobi ora a Kampala. Ho lavorato nell’ambito degli aiuti umanitari in vari paesi dell'Africa e dell'Asia.
Da qualche anno ho deciso di condividere la mia conoscenza della Regione dei Grandi Laghi (Uganda, Rwanda, Kenya, Tanzania, Burundi, ed Est del Congo RDC) scrivendo articoli sulla regione pubblicati in vari siti web di informazione, come Dillinger, FaiNotizia, African Voices. Dal 2007 ho iniziato la mia carriera professionale come reporter per l’Africa Orientale e Occidentale per L’Indro.
Le fonti delle notizie sono accuratamente scelte tra i mass media regionali, fonti dirette e testimonianze. Un'accurata ricerca dei contesti storici, culturali, sociali e politici è alla base di ogni articolo.

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Set 16

Sud Sudan. Una pace ancora lontana

Ad un anno di distanza dagli accordi di pace le varie fazioni in lotta stentano a concretizzare la creazione di un governo di unità nazionale e garantire la necessaria stabilità per il ritorno dei rifugiati, la ricostruzione del Paese e la ripresa economica

di Fulvio Beltrami

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di Fulvio Beltrami 16 settembre 2019

Gli accordi di pace tra le principali fazioni in lotta sud sudanesi: SPLA del Presidente Salva Kiir e SPLA In Opposition (SPLA-IO) di Rieck Machar, furono firmati un anno fa a Khartoum e Kampala sotto pressioni dei Presidenti Yoweri Kaguta Museveni e Omar El Bashir. Entrambe le potenze regionali hanno grossi interessi in Sud Sudan. La prima appoggia il governo di Kiir. La seconda la ribellione di Machar.

Il tanto atteso incontro tra i due leader del conflitto non è mai avvenuto. Il nuovo governo sudanese ha annunciato la ripresa degli sforzi per convincere i due rivali ad incontrarsi. Secondo fonti sudanesi l’incontro dovrebbe avvenire a Juba (capitale del Sud Sudan) tra qualche mese. L’ex Vice Presidente Rieck Machar non si fida a venire a Juba per paura di un agguato mortale.

Il cessate il fuoco è rispettato dalle forze governative e dai miliziani del SPLA-IO. Si registrano però scontri tra le forze regolari e i gruppi ribelli che non hanno firmato gli accordi di pace. Gli scontri si concentrano negli Stati di Aweil East, Raja e Yei River State. L’esercito regolare sta combattendo contro il National Salvation Front guidato dal Generale Thomas Cirillo. Quest’ultimo ha formato una alleanza con il Generale ribelle Paul Malong dando via ad un nuovo movimento armato: il United South Sudan Opposition Movement, che balcamizza ancora di piú la già precaria situazione politica sud sudanese.

Il meccanismo regionale di monitoraggio del rispetto degli accordi è inefficace. Scarsa la collaborazione con il governo, la ribellione e le Nazioni Unite, come denuncia Aly Verjee, Consigliere senior dell’Istituto di Pace degli Stati Uniti. “A minacciare il meccanismo regionale di monitoraggio è la mancata collaborazione delle parti in conflitto che non rispettano l’integralità degli accordi sottoscritti. Vi è inoltre una impunità diffusa per le violazioni degli accordi.

La situazione rimane immutata per i 4,3 milioni di sudanesi che sono diventati sfollati interni (circa 1,8 milioni di persone) o si sono rifugiati nei Paesi vicini: 2,5 milioni di persone. Sul Sud Sudan, pieno di petrolio, incombono gli spettri della fame e delle epidemie. Le infrastrutture sanitarie, scolastiche e la rete stradale sono state distrutte dall’inizio della guerra civile, dicembre 2013 a soli due anni dall’indipendenza dal Nord del Sudan.

Senza la corretta applicazione degli accordi di pace e un governo di unità nazionale è impensabile un ritorno in massa dei rifugiati. Quelli che sono rientrati su base volontaria hanno trovato grosse difficoltà a reinserirsi nel tessuto socio economico del loro Paese. Molti hanno trovato le proprietà immobiliari distrutte o occupate da altre persone, spesso dei miliziani. L’agricoltura è stata abbandonata e le rare attività commerciali non sono in grado di assorbire la mano d’opera esistente. Chi non è un miliziano in Sud Sudan rischia di morire di fame.

Nonostante che i Paesi vicini supportino il peso dell’assistenza ai rifugiati a causa della drastica diminuzione degli aiuti umanitari internazionali, i governi chiedono alle ONG e all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di andare cauti con il processo di rimpatrio dei profughi sud sudanesi. “La Comunità Internazionale deve supportare il ritorno degli sfollati e dei rifugiati solo se esistono concrete assicurazioni di pace e un clima che non metta in pericolo i sud sudanesi rimpatriati. Facilitare il ritorno dei rifugiati e aiutarli a ricostruire il Paese è il nostro principale obiettivo. Occorre però non ignorare le varie problematiche che rendono difficile il reinserimento sociale e la lentezza dell’applicazione degli accordi di pace che mette a rischio il processo avviato. Il conflitto potrebbe riesplodere da un momento all’altro” fa notare Connoly Butterfield, specialista in protezione delle donne presso Norwegian Refugee Council.

La Butterfield sposa in pieno le preoccupazioni e le titubanze dei Paesi vicini a partecipare alle operazioni di rimpatrio. Il 60% dei rifugiati sud sudanesi ha già subito almeno due trasferimenti in campi profughi. Sarebbe assurdo esporli a nuovi rischi durante un loro ritorno per poi evacuarli in caso di ripresa generalizzata delle ostilità. Ad aggravare la situazione è il rifiuto dei principali Paesi occidentali ad accogliere i rifugiati sud sudanesi. Molti Paesi europei e del Nord America considerano i sud sudanesi troppo violenti e primitivi per concedere loro diritto di asilo. Direttive non scritte chiedono a UNHCR di preferire rifugiati siriani, eritrei, somali, centroafricani rispetto a quelli del Sud Sudan.

Secondo vari esperti regionali tra cui Patrick Obath, vice presidente della Fondazione Keniota del Settore Privato, difficilmente le parti belligeranti riusciranno a rispettare la date-line del 12 novembre 2019 per la formazione di un governo di unità nazionale. Date-line già spostata sei mesi fa. La guerra civile e l’attuale instabile tregua hanno causato ingenti danni economici a livello regionale. Molte attività commerciali, medie imprese e imprenditori del Kenya, Uganda, Etiopia, Tanzania sono stati costrette a interrompere le loro attività perdendo ingenti capitali. Anche gli scambi commerciali sono drasticamente diminuiti. A guadagnarci sono le lobby (e forse anche i governi nel caso del Sudan e dell’Uganda) implicati nel traffico illegale di risorse naturali.

Il Sud Sudan non fa parte del Gruppo contro il Riciclaggio del Denaro dell’Africa Orientale e Settentrionale né ha mai aderito alla Dichiarazione di Nairobi per il controllo dei flussi finanziari. Questo permette al governo e alle varie bande armate di trafficare in petrolio, oro, minerali. Si vendono queste risorse a basso prezzo per finanziare la guerra e rafforzare i patrimoni privati dei vari WarLords. Il riciclaggio di denaro e il commercio illegale delle risorse naturali sono tra le cause della mancata applicazione degli accordi di pace. A Kiir, Machar e agli altri protagonisti minori del dramma sud sudanese fa comodo questa situazione di instabilità e incertezze.

Solo la pace può garantire trasparenti scambi economici e la ripresa dell’economia nel Sud Sudan. Alcuni passi positivi sono stati compiuti. Il Kenya ha firmato lo scorso luglio un accordo per lo sfruttamento di parte del petrolio sud sudanese mentre la Tanzania ha recentemente firmato un accordo logistico per aumentare la capacità di merci importate ed esportate dal Sud Sudan. È nell’interesse delle potenze regionali assicurarsi che le parti belligeranti applichino seriamente e alla lettera gli accordi di pace firmati un anno fa.

Purtroppo sembra che i vari governi confinanti non sentano la necessità di far maggiori pressioni su Kiir o Machar. Per i vari Signori della Guerra sud sudanesi anche la pace è diventata un ottimo affare. Lo scorso maggio il governo di Juba ha stanziato 100 milioni di dollari per il processo di pace. La maggioranza di essi sarà spesa per pagare costosissimi pernottamenti delle varie delegazioni a Nairobi o ad Addis Ababa. Altri spariranno per ricomparire in conti bancari privati aperti in sicuri paradisi fiscali. A Nairobi e ad Addis Ababa si sono addirittura verificati casi in cui le delegazioni non hanno pagato i conti di vitto ed alloggio agli hotel per intascarsi i soldi ricevuti dal governo. La pace in Sud Sudan sembra, ahimè, ancora lontana.

Letture consigliate.

Sud Sudan: quella pace che nessuno vuole – L’Indro – maggio 2019

https://www.lindro.it/sud-sudan-quella-pace-che-nessuno-vuole/

Sud Sudan: una pace morta sul nascere – L’Indro – luglio 2018

https://www.lindro.it/sud-sudan-una-pace-morta-sul-nascere/

Sud Sudan, fragili accordi di pace – L’Indro – giugno 2018

https://www.lindro.it/sud-sudan-fragili-accordi-di-pace/

Why South Sudan’s peace process is stalled one year on – The Conversation – Agosto 2019

http://theconversation.com/why-south-sudans-peace-process-is-stalled-one-year-on-121826

The South Sudan Peace Agreement (testo integrale degli accordi di pace del settembre 2018)

https://www.zambakari.org/uploads/8/4/8/9/84899028/12_the-2018-south-sudanese-peace-agreement.pdf

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