giacomo maria prati

«Sul fienile», un gioiello dimenticato

Un mondo umano perché sovrumano

L'acume artistico spiritualmente impregnato dell'amico Giacomo Prati ci illustra in modo mirabile l'opera magnifica di Pellizza da Volpedo

di Giacomo Maria Prati

"Sul fienile" (1893), Pellizza da Volpedo
"Sul fienile" (1893), Pellizza da Volpedo

“Sul fienile” lo ricordo come quando da ragazzino mi presero la prima volta per mano dopo avermi baciato. Eri diverso da tutti, eri diverso per il tuo creatore. I libri che tentavano di raccontare la tua storia sfiguravano la tua bellezza... (Francesco Luigi Maspes)

Le parole toccanti e poetiche del collezionista e gallerista attuale proprietario di questo dipinto, poste ad incipit del bellissimo catalogo (Gallerie Maspes, 2019), ci parlano di un'opera che assume i contorni e la reattività affettiva di una persona, con i suoi tempi e la sua scìa. Un'opera realizzata nel 1893, premiata alla Quadriennale di Monaco di Baviera con la medaglia d'oro nel 1901, passata di mano solo due volte tra privati, e che sembra fino ad oggi non aver quasi voluto apparire pubblicamente, preferendo l'intimità di case che l'hanno accolta, quasi scegliendo lei i propri custodi. Un quadro di grandi dimensioni (133x243,5 cm) che ci assorbe nella sua visione semplice ma calda, spiazzante quanto accogliente. Un vecchio lavoratore sta morendo, sdraiato sul fieno schiacciato del piano superiore di un grande fienile. Accanto a lui una giovane donna dai tratti aggraziati lo accudisce nei suoi ultimi momenti mentre un sacerdote inginocchiato gli porge l'Eucarestìa. A pochi metri due giovani chierici, uno con una candela, l'altro con un'altra candela e un ombrello liturgico rosso e oro. Sul bordo del fienile due volti di bambini che si affacciano curiosi per vedere cosa succede, arrampicati sopra una lunga scala. Fuori uno scorcio rettangolare del paese di Volpedo tra case inondate dal sole, pergolati e alberi. Accando all'anziano moribondo gli strumenti del lavoro: una vanga, un piccone, un cappello e i vestiti. Accanto sopra una pedana di legno un bicchiere colmo d'acqua e un piattino con un cucchiaino. Appeso sopra una delle tre travi che reggono il soffitto del fienile si scorge appena un crocefisso che pende. A sinistra la parete spoglia. A destra si eleva un cumulo di fieno accatastato. L'Ostia si vede appena, come un tratto bianco orizzontale. Il tempo narrativo appare rallentato nel momento appena prima della sua ricezione. L'anziano e povero lavoratore ambulante, accolto nel fienile da uno spirito cristiano, appare il motore immobile della scena, il centro dove tutto converge. La parte inferiore del suo corpo si confonde con i colori terra del fieno, mentre il suo petto si rischiara nell'azzurro intenso della camicia, allargato maggiormente chiaro nel cuscino e nei libri lirturgici posti a terra, aperti, e ripreso nell'acqua limpida del bicchiere, segno vangelico di misericordia e di speranza. (Matteo, 10,42) Il volto della giovane donna che l'ha accolto sembra illuminato da una luce che proviene non dal sole esterno, non dal di fuori ma dal fieno stesso. Filamenti ocra, rossi e arancio rendono il fieno custode di una sua luce, di un suo fuoco latente. Una sottile tensione vibra nella solenne e quasi immota scena, animando e rafforzando il moto del gesto sacerdotale. Una tensione data dal tempo narrativo duplice: il viandante sfinito stà per passare oltre la vita terrena, come pure stà per ricevere mistica Vita eucaristica. Una tensione viva confermata dal gesto intimo e delicato del giovane chierico che con la mano sinistra custodice e ripara la fiamma della lunga candela. Fuoco e fieno: elementi estremi pericolosi se ravvicinati, quì radunati in superiore e dolce unione. Fuori una luce che sembra fredda e indifferente. Il paesaggio vivo del paese, fatto di muri caldi e di erba viva sembra smorto e lontano, poco significativo, messo in crisi dal profondo raccoglimento che si respira nel fienile. Nessuno guarda l'esterno. Tutti sono concentrati verso il protagonista, sdraiato sull'erba secca. Il fieno secondo le Sacre Scritture indica la natura fugace ed effimera della condizione umana (Salmo 90,6; 102,5; 103,15.16). L'ecologo americano Jak Shultz insegna che l'odore intenso del fieno è il modo che ha l'erba tagliata per gridare “aiuto!” Bosch riprende il senso escatologico e messianico del fieno nella sua celebre scena della mietitura, contemplata dall'alto dal Cristo dell'Apocalisse (Trittico del Carro di fieno, Museo del Prado). Se l'umanità per il salmista è come erba che viene presto falciata e secca, il segno del fuoco indica misticamente l'assunzione e la consumazione del secco, il suo potersi fare fuoco per mezzo del fuoco. Immagine di divinizzazione che riscatta dalla caducità. Pellizza rivela una sua innata sapienza istintiva, mistica quanto popolare, nel gestire con naturalezza e disinvoltura le dinamiche di archetipi strutturanti il racconto, appena riconoscibili dentro l'assoluta trasparenza del suo mite e umile sguardo pittorico. Il senso di pathos si riempie in pienezza di una solenne e sacrale visione semplice, di un vasto respiro epico che parla con piccole cose, con poveri segni. Acqua e fuoco custodiscono ai lati la fragile figura del moribondo, come ad anticipare una purificazione redentiva, come ad alludere all'aspersione e incensazione funebre. Le due colonne di legno che si elevano ai lati della sua figura stesa sembrano una scala senza pioli che sale verso il cielo, a cui fa da controaltare la lunga scala da cui si affacciano i bambini, che sopravanza di molto il pavimento del fienile, come ad esprimere un saluto di speranza. Inizio e fine della vita, dentro e fuori, luce e ombra, anime raccolte nell'intimo e paese che sembra disanimato e disabitato. Le finestre appaiono piccole. I camini senza fumo. Si vede ma non si è visti. Versione laica di Giovanni e Maria ai lati del Cristo deposto. Il fienile, luogo di passaggio e di deposito, diventa rifugio e casa, meta della processione del viatico che è salita alla sua notevole altezza. Il rettangolo lungo e basso del livello superiore del fienile sembra indicare la postura di occhi semichiusi, aperti “all'infinito nelle cose” e negli attimi. Ma l'ombra è anche fuori, ma più geometrica, non umana, non vissuta. Lo sguardo appare tagliato dai tre pali e dal pilastro. Non può realmente uscire. La visione appare tutta interna, interiore. Il movimento dolce e uniforme della catasta di fieno, che scende come una lenta onda verso il fieno schiacciato del pavimento, sembra ripreso dal graduale digradare dei tetti allungati delle case dello sfondo. Tutto ciò introna il baricentro della scena, spostato leggermente a sinistra e dato dalla figura sdraiata, chiusa a cerchio dalla donna e dal sacerdote. La dialettica unitaria e centripeta del racconto pittorico porta tutti i movimenti semantici, palesi e allusi, in una rallentata condensazione meditativa e animica. Gli attimi diventano preziosi, sacrali, in quanto ultimi, decisivi. Profumano già di eterno, di un'eterna presenza. Il gesto sacramentale colto in un immoto movimento riassume tutta la scena nell'archetipo del nutrimento perfetto, latteo, incontaminato. Molti gli elementi d'incrocio come ad alludere al dolore quale luogo di incontro, quale segno di unione e affratellamento: la scala e il chierico con l'ombrello rispetto alla linea del bordo del pavimento, il corpo e i vestiti distesi rispetto alla trave verticale in primo piano, il bicchiere in relazione al basamento di legno. Un abisso semplice. Un silenzio palpitante affetto. Una deposizione tra vita e oltrevita, fra visibile e invisibile. Forma universale oltre il dato sociale e quotidiano da cui pur parte e che nell'immanenza trasfigura.

Giovedì 27 giugno 2019